La guerra del Duce una sconfitta annunciata

Il 10 giugno 1940 Mussolini entrò controvoglia nel conflitto con la speranza di sedersi al tavolo dei vincitori. Fu l’errore più clamoroso del suo Ventennio

Nonostante la tracotanza delle parole e degli atteggiamenti, Mussolini entrò in guerra non per solidarietà all’alleato nazista o per bellicoso entusiasmo, ma per calcolo. Voleva ottenere, al banchetto della pace, qualche boccone elargito dai tedeschi. Questo fu reso d’una evidenza solare dal discorso con cui il Duce annunciò agli italiani l’inizio dell’avventura che sarebbe stata poi la peggior catastrofe nella storia dell’Italia unita. In quel discorso non menzionò mai la trionfale avanzata verso Parigi delle Panzerdivisionen, finse che la sua partecipazioone al conflitto fosse dettata da impulsi di grandezza e di lealtà. Ma nessuno ci credette.
La caduta della Francia aveva cambiato radicalmente il quadro politico e militare. Il Reich appariva come il probabile - per moltissimi certo - vincitore dell’immane scontro tra le «plutodemocrazie» e i giovani e impazienti regimi fascisti. (La divisione ideologica era all’inizio molto più netta e semplice di quando sarebbe diventata con l’alleanza tra le potenze democratiche e l’Urss del feroce tiranno Stalin).
Dopo un ventennio di proclami stentorei, l’Italia non era né materialmente né moralmente preparata alla prova del fuoco. La maggioranza degli italiani aveva parteggiato per la Francia, prima che la linea Maginot fosse travolta. Erano francofili i capi militari, a cominciare da Badoglio.
Capi la cui strategia si riassumeva sotto sotto in questo concetto: non far nulla perché al lavoro grosso aveva già provveduto la Wehrmacht. Niente attacco a Malta, nessuna seria iniziativa in Africa Settentrionale. Solo un modesto attacco sulle Alpi - del tutto sterile - alla Francia agonizzante (il «colpo di pugnale» per il quale siamo stati messi sotto accusa). Qualche centinaio di morti inutili da poter utilizzare nelle trattative per la spartizione del bottino.
Quando poi Mussolini, avvilito dalla consapevolezza del suo ruolo marginale, volle fare di testa sua, e attaccò la Grecia (oltretutto retta dal regime fascistoide del generale Metaxas) fu il disastro. L’Italia imperiale rischiò d’essere buttata a mare dalle modeste forze greche e un cinico commentatore inglese disse che «l’ultimo esercito del mondo è stato sconfitto dal penultimo». Nelle confidenze del suo estremo declino, Hitler attribuì alla campagna mussoliniana di Grecia il fallimento del suo sogno di conquista. Disse che quella campagna l’aveva costretto a intervenire nei Balcani e di conseguenza a ritardare d’alcune settimane l’offensiva contro l’Urss: cosicché il generale inverno bloccò le armate tedesche vicino a Mosca, mai più raggiunta.
Erano pretesti, quelli di Hitler, la guerra l’avrebbe persa comunque. Ma la follia greca e l’erraticità d’una condotta delle operazioni di cui Mussolini volle essere comandante supremo, commettendo supremi errori (in questo assecondato da generali inetti) sono indubitabili. Il Duce volle velleitariamente essere presente in scacchieri lontani, mandò in Russia un’armata votata alla distruzione, ma non seppe fare ciò che avrebbe dovuto fare là dove le responsabilità erano sue, ossia in Africa Settentrionale, tanto che in soccorso delle truppe italiane dovette accorrere Rommel.
Gli italiani non volevano il conflitto: ma non vi fu nessun serio sintomo di ribellione all’entrata in guerra finché il suo andamento lasciò sperare in una conclusione favorevole. La retorica resistenziale esalta gli scioperi antifascisti del marzo 1943 nelle industrie del Settentrione. Erano sì scioperi antifascisti: ma contro il fascismo che stava perdendo la guerra. Il 10 giugno 1940 nessuno aveva scioperato, anche se i più erano a disagio per le incertezze del futuro.
L’entrata nella seconda guerra mondiale è tra i due maggiori capi d’accusa che io muovo al fascismo. La guerra ha compromesso, con le sue umilianti vicende, il prestigio militare e non solo militare del Paese. Il secondo capo d’accusa è d’avere ridicolizzato la romanità vera con la romanità di cartapesta che piaceva ad Achille Starace.