La guerra di Liberazione e i caduti «non partigiani»

Nella giornata dell’otto settembre vengono giustamente ricordate la «Resistenza» e la «Liberazione» dalla dittatura fascista. Mi piacerebbe sapere quanti sono stati i morti dei resistenti e quelli dei liberatori, veri eroi, esclusi ovviamente quelli che per sbaglio si sono ammazzati tra di loro, onde fare un confronto con i pochi sottoumani infoibati e quelli uccisi in Emilia Romagna dopo la liberazione, dei quali qualcuno malevolmente si riempie la bocca. E poi ancora, come mai sono ancora vigenti il Codice civile, il Codice penale con qualche modifica, e quello del fallimento emanati dal dittatore fascista, essendo, lo immagino da ignorante, necessariamente in contrasto con la nostra Costituzione elaborata dai liberatori?



La «liberazione» dell'Europa costò molto cara, in vittime umane. La cifra più attendibile è di quaranta milioni di morti, fra militari e civili (come è tristemente noto, a differenza delle precedenti, il cui numero è infinito, la Seconda guerra mondiale coinvolse pesantemente la popolazione civile). Essendo il fronte italiano ritenuto secondario dagli Alleati, il cui impegno era preminentemente indirizzato alla Germania, a noi andò un po’ meglio, se così possiamo dire senza passare per cinici, degli altri. Si calcola che dall’otto settembre in poi, da quando cioè prese le mosse la nostra guerra di Liberazione, i caduti della Resistenza siano stati complessivamente attorno ai 40mila, calcolando gli oltre 10mila soldati della divisione Acqui a Cefalonia e a Corfù. Tolti quest’ultimi (10mila 260, per la precisione), militari in divisa più «resistenti» che «liberatori». Il numero dei caduti partigiani, sempre oggetto di disputa e mai certificato ufficialmente, ammonterebbe dunque a 30mila. Tra i soldati che dopo l'armistizio seguitarono a combattere, stavolta al fianco degli Alleati e sempre in grigioverde - il Corpo italiano di liberazione alle dipendenze dell’8° Armata britannica e agli ordini del generale Umberto Utili - ne morirono invece, risalendo la Penisola, 45mila. In quanto agli Alleati impegnati, da «liberatori», sul fronte italiano, ne caddero all’incirca 80mila (65mila solo sulla Linea gotica).
A tirar le somme, dunque, si fa presto: 135mila i morti con le stellette e 30mila i partigiani. Però sono questi ultimi a restare al centro delle manifestazioni commemorative, a essere evocati nelle celebrazioni ufficiali e ricordati come gli artefici della Liberazione, coloro che sconfissero il nazismo e il fascismo, vulgo nazifascismo.
In quanto al Codice, è proprio così: quello in vigore si differenzia assai poco, diciamo pure pochissimo, dal Codice Rocco promulgato, il 19 ottobre 1930, da Vittorio Emanuele III Re d’Italia e da Benito Mussolini, Duce del fascismo. Non si contano, nella storia repubblicana, le commissioni incaricate di elaborarne uno nuovo e antifascisticamente corretto, ma nessuna portò a termine l’incarico o fu sollecitata a farlo dal Parlamento. Ciò sta a dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che quello svolto dai giuristi in camicia nera Vincenzo Manzini, Enrico Ferri, Edoardo Massari e Arturo Rocco (fratello del guardasigilli e illustre docente di diritto penale) è a tutt’oggi ritenuto un eccellente e insostituibile lavoro. Chi l’avrebbe mai detto che dal «male assoluto» potesse rampollare qualche «bene assoluto», eh, caro Gentile?
Paolo Granzotto