Alla guerra con le truppe in miniatura

Dichiarano guerra a tavolino e spesso la vincono, anche se non hanno certo la statura per farlo. Ma forse è soltanto quella che manca a soldati pronti a stare instancabili sull’attenti o ad imbracciare il fucile per giornate intere, a dire sempre signorsì e signornò, a tenere la divisa in perfetto ordine con le mostrine tirate a lucido e a lanciarsi in imprese a dir poco ardite, senza mai timore della sconfitta o di un’imprevista ritirata. Sono soldatini, di piombo, di stagno, di legno, di alluminio, di carta, di plastica, cesellati d’argento o di peltro, piatti o a tutto tondo, antichi o moderni, verniciati a mano o usciti in serie da fabbriche di eserciti in miniatura. Non importa l’anima di cui sono fatti, e nemmeno che siano alti poco più di niente, appena qualche millimetro o pochi centimetri, ciò che conta, per chi ha nel cuore la passione di collezionarli è che, almeno nella loro fantasia, siano sempre pronti a sferrare il colpo vincente.
LE ORIGINI
Perché, in fondo, sono i soldatini a scrivere o riscrivere la nostra storia, a cambiare i destini del mondo, a spostare i confini geografici, anche solo per lo spazio di un’illusione, di una battaglia lunga appena poche ore. E questo da sempre, perché hanno antenati famosi, veri e propri pezzi archeologici: cos’altro sono, infatti, gli oltre ottomila guerrieri di terracotta di Xian, in Cina, che l’imperatore Qin Shi Huangdi volle a guardia del suo mausoleo se non soldatini di un esercito schierato, questa volta a grandezza naturale, che da un momento all’altro sembra pronto a combattere, proprio come capita a fanti e alabardieri da collezione? E persino in una tomba di quattromila anni fa gli archeologi trovarono una raccolta di legno policromo di soldati egizi ed abissini a dimostrazione che anche i nostri antenati si lasciavano conquistare dal fascino dei loro simili in miniatura. Come più tardi del resto fece anche Napoleone (che fosse per deformazione professionale?) che li voleva preziosamente placcati d’oro, e in tempi più vicini a noi il plurimiliardario Malcolm Stevenson Forbes che teneva la sua sterminata collezione nel principesco palazzo di Tangeri, così come lo statista Winston Churchill che la sera per rilassarsi amava muovere le sue truppe di piombo, il cardinale Camillo Ruini, insospettabile appassionato di soldati in miniatura, e il nostro ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, grande conoscitore e collezionista di militari formato mignon.
IL MUSEO
Raccolte importanti, non c’è dubbio, ma nulla in confronto ai seicentomila pezzi esposti nel museo Iber, il più grande del mondo dedicato alle figurine militari, che da qualche settimana nel centro di Valencia è il quartier generale di un’invincibile armata «accampata» su dodicimila metri quadrati. Soldatini di piombo alti dai 25 ai 70 millimetri, inseguiti per una vita da un collezionista spagnolo, Alejandro Noguera Borel, direttore dell’Istituto valenciano di studi classici e orientali, che per anni li ha cercati, come già aveva fatto suo padre, senza distinzione sulle bancarelle dei mercatini di mezzo mondo, nei magazzini dei rigattieri e alle aste blasonate di Sotheby’s e di Christie’s: ora sono tutti pronti a ricostruire le più importanti battaglie che hanno fatto la storia, dall’epoca dei nostri antenati in poi. Non chiamateli giochi da ragazzi, il passatempo di solito finisce in solaio soppiantato da personaggi parlanti da videogames, non appena si supera l’età, sempre più ristretta, in cui ancora ci si appassiona alla celebre fiaba di Andersen Il soldatino di piombo, nota anche come Il soldatino di stagno, che racconta le disavventure, non soltanto amorose, di uno sfortunato militare in miniatura incompleto, rimasto senza una gamba perché l’artigiano non aveva più materiale per fondergliela.
I «FANATICI»
Da sempre a collezionare le armate, a frequentare i mercatini di scambio, a consultare i siti on line, a partecipare ai blog, a trasformarsi in fanatici cultori dell’ultimo modello extraslim o extrasize, sono insospettabili adulti che, per la gioia delle famiglie, trasformano gli appartamenti in campi di battaglia. Con armate che soprattutto il sabato e la domenica avanzano piano zigzagando tra le gambe del tavolo, che strisciano in silenzio sotto il divano, che vanno a sbattere contro il mobile della televisione e infine risalgono le frange del tappeto persiano per spingersi chissà dove. E quando attendono la reazione del nemico, nascosti dietro gli altoparlanti stereo a far da improvvisata trincea, allora sì che si decide il destino di questa guerra studiata in ogni mossa a tavolino e resa più difficile dagli ostacoli di casa, che si conclude comunque con la ritirata in qualche scatola di cartone in attesa di una nuova appassionante sfida. I veri cultori possono raccontare per ore le differenze sottili che passano da quelli piatti, bidimensionali, di stagno, realizzati a Norimberga alla fine del Settecento e chiamati zinfiguren a quelli più spessi, quasi tridimensionali, soprattutto francesi ed inglesi, del secolo successivo, di piombo e quasi sempre accompagnati dai primi mezzi di trasporto di proporzionata altezza, dai soldatini di alluminio degli anni Trenta, indistruttibili come quelli di plastica che hanno fatto divertire generazioni di ragazzini degli anni Sessanta. Ma i più fanatici non si accontentano di ricercare come segugi i pezzi della collezione mancante, rigorosamente a tema, in base ad un determinato periodo storico o geografico prescelto, preferiscono costruirsi da sé antichi romani o garibaldini, ufficiali dell’esercito prussiano o soldati sudisti della guerra civile americana, sfogliando prima con molta attenzione i libri di storia per realizzarli ad immagine e somiglianza di quelli originali e cesellando poi miniature alte qualche millimetro o esemplari giganti di pochi centimetri da dipingere rigorosamente a mano da far muovere, se possibile, su appositi plastici costruiti consultanto le cartine militari d’epoca.
L’HOBBY
Ma perché migliaia di collezionisti in tutto il mondo si fanno travolgere ancora oggi da questi eserciti bonsai? L’operazione nostalgia non sembra essere l’unico motivo: secondo alcuni collezionare soldatini è un modo per esorcizzare la paura delle guerre contemporanee, secondo altri è, invece, il metodo più pacifico per scaricare tensioni, rabbia, ansia interiore sentendosi per qualche ora conquistatori e generali oppure per esercitare un potere vincente che nella vita di tutti i giorni non tutti possono manifestare. Sicuramente è il sistema migliore per mettere alla prova le proprie doti strategiche e intuitive, creando piani di battaglia studiati nei minimi dettagli, con truppe pronte a ritirarsi o a sferrare il colpo decisivo in base al proprio estro quotidiano. Sperando magari in un armistizio o in una tregua per non diventar vittime, prima o poi, della sindrome di condottieri incontentabili, di un Giulio Cesare, per esempio, o di un Colin Powell.