Guerre, amori e memorie in un oceano di versi

Un poema inedito del premio Nobel caraibico di Santa Lucia che stasera sarà ospite d’onore alla Milanesiana. Nella sua opera "multiculturale" si mischiano civiltà, idiomi ed epiche diverse

Un buon esercizio per capire qualcosa dei poeti è chiedere loro chi ritengano che sia il maggior poeta vivente. Se fate la domanda a un poeta italiano, non potendo rispondervi «io» (ma c’è chi non esita a farlo), vi dirà il nome di un poeta straniero. Mi è capitato di rivolgere questa domanda a diversi importanti poeti di lingua inglese, e quasi sempre mi hanno risposto: Derek Walcott.

Non dev’essere facile per un poeta anglofono ammettere che il maggior poeta vivente di lingua inglese non è un inglese o un americano, ma piuttosto un isolano provinciale la cui madre lingua è il patois creolo. Non a caso i critici anglofoni etichettano Walcott per lo più come «un poeta delle Indie Occidentali» o «un poeta nero dei Caraibi». D’altronde lui è ben fiero delle sue origini, come traspare da un suo scanzonato autoritratto in versi: «Io sono solamente un negro rosso che ama il mare, / ho avuto una buona istruzione coloniale,/ in me c’è l’olandese, il negro e l’inglese,/ o sono nessuno, o sono una nazione».

«Negro rosso» dai bellissimi occhi verdi, Walcott è nato nel 1930 a Castries, nell’ex colonia inglese di Saint Lucia, una delle piccole Antille. La madre, maestra della locale scuola metodista dove lui studia, gli trasmette l’amore per la poesia. Il padre, un acquarellista bohémien morto quando lui e il suo gemello avevano un anno, quello per la pittura. Dopo aver studiato francese, latino e spagnolo all’università delle Indie Occidentali in Giamaica, nel 1953 Walcott si trasferisce a Trinidad, dove lavora come giornalista e insegnante, e fonda una compagnia teatrale che produce molte delle venti opere da lui scritte per il teatro.

A 18 anni pubblica a proprie spese la sua prima raccolta, 25 poesie. Ne seguiranno altre venti. Nel 1957 ottiene una borsa di studio negli Stati Uniti. Vi tornerà nel 1981 per fondare una compagnia teatrale all’università di Boston, dove insegnerà poesia e scrittura creativa. Nel 1992 riceve il Premio Nobel per la sua «opera poetica di grande luminosità, sorretta da una visione storica e risultato di un impegno multiculturale».

La multiculturalità, appunto, è la caratteristica saliente dell’opera di Walcott. Che trasforma il suo canto in un epos grandioso, nel quale confluisce la poesia classica, da Omero a Dante ai grandi vittoriani come Tennyson e Arnold, dal mito greco all’ardito sperimentalismo e alla tormentata religiosità di Hopkins. Se la sua piccola patria caraibica - unimportantly beautiful («trascurabilmente meravigliosa») come lui la definisce - è povera di storia, essa è tuttavia, come tutte le isole, un immenso balcone affacciato sul mare, un osservatorio privilegiato del mondo e della Storia. Perché il mare, o, nel caso di Walcott, l’oceano, luogo senza confini, è lo specchio del cielo e il crocevia ideale della storia e della cultura.

Forse, in questi tempi che sono i nostri, solo chi come Walcott è cresciuto al cospetto dell’oceano, senza nessuna contrada all’orizzonte, ha acquisito l’ampiezza di sguardo e di mente, l’afflato portentoso necessario a scrivere in versi un’opera infinita, un poema. E Walcott di poemi ne ha scritti due: uno in terzine, ottomila versi, sull’oceano, Omeros, e uno in distici, quattromila versi, sul Levriero di Tiepolo, un’appassionata dichiarazione di poetica sullìarte del dipingere che si trasforma in arte della scrittura.
Omeros è una rivisitazione del mito omerico in chiave postcoloniale, in cui si narrano l’ira, i conflitti, l’amore e le sofferenze di personaggi alla deriva nell’oceano della Storia. Persone umili, che portano i nomi immortali di Elena, Ettore, Achille, Filottete, ma che fanno la cameriera, il tassista o il pescatore su un’isola di paradiso, e che sono assunti a simbolo della storia degli individui e delle tribù, delle loro guerre e rivalità, e che infine trovano riscatto all’ingiustizia, alla violenza e alla disperazione nella riconquista dell’identità, nella forza della Storia e nella bellezza della Natura.

Walcott è poeta del mare. Si può dire che tutti i suoi versi siano impregnati del salmastro dei Caraibi. Le sue poesie sono un arcipelago, composto «di tante isole quante le stelle a notte», di «isole come piselli su un piatto di stagno», dell’isola di Crusoe e «del terrore di essere inghiottiti/ dal blu del cielo sopra di noi/ o dal più aspro blu sotto di noi». Il nostro stesso pianeta è «un’isola in arcipelaghi di stelle». E «il mio primo amico fu il mare», ci confida mentre ci parla di naufraghi e di navi affondate, della sua nostalgia per la distesa sconfinata, del flebile brusìo della risacca, delle foglie lunari dell’oceano e delle golette che lo solcano, e ci racconta quello che meglio conosce della vita: l’amore, i marinai, le tempeste e le maree.

Nella bellissima poesia inedita Il mare è la Storia che leggerà stasera alla Milanesiana, Walcott ribadisce, con Walter Benjamin, il suo credo, e cioè che «non vi è nulla di più epico del mare». Tutto, battaglie, martiri, memorie, è sepolto sotto quella volta grigia. Le religioni e i canti biblici, l’arte del Rinascimento e il progresso, lìemancipazione e la politica giacciono su irraggiungibili fondali. Ed è dalle buie orecchie delle felci, dal ridacchiare sapido delle rocce, cioè dalla Natura - ci ripete Walcott - che, «come un rumore senza alcuna eco», nasce il nutrimento della vita, e inizia davvero la Storia.