Guerre, eugenetica, razzismo. La stagione dell’odio

È da non credere quanto l’odio e l’aggressività umana siano sotto gli occhi di tutti. A volte sembra che non si parli d’altro, basta leggere un giornale o guardare la tv. Eppure è continua l’uscita di saggi, testimonianze e riflessioni che sembrano fatti proprio per mettere in guardia la razza umana dalla sua tendenza a farsi continuamente del male. Eccone alcuni in arrivo. Il giornalista inglese della Bbc Jean Bacon ha usato tutto l’umorismo nero che gli è riuscito per mettere insieme il saggio Signori macellai. Breve storia della guerra e di chi la fa (Eleuthera). Il suo è in realtà un compendio delle fole che capi religiosi, rappresentanti di nazioni, costruttori e utilizzatori d’armi hanno dato da bere al pubblico per duemila anni, contribuendo a rimuovere una piccola ma accecante verità: la razza umana usa la guerra come una droga.
Un attento osservatore della Rete come Antonio Roversi (tra i primi in Italia a occuparsi di fenomeni Internet come le chat e i blog) ha scritto L’odio in Rete. Siti ultras, nazifascismo online, jihad elettronica (a febbraio per Il Mulino). Roversi insegna sociologia all’Università di Bologna. Il suo è quindi generalmente uno sguardo scientifico, sociologico, statistico. Che poi si trasforma, come già per altri suoi libri, in un atteggiamento partecipe e personale. Del resto, è difficile rimanere neutrali di fronte a provocazioni tanto smaccate quanto ineffabili che qualunque computer è in grado di rovesciarci a casa. Sarà stato forse difficile mantenere il distacco anche per Francesco Cassata, dell’Università di Torino, mentre scriveva Molti, sani e forti, un saggio sull’eugenetica in Italia che uscirà a febbraio da Bollati Boringhieri. L’eugenetica è il tentativo di migliorare biologicamente la specie umana ostacolando la riproduzione degli «inadatti». Una pratica che ha dato risultati grotteschi e nefasti e che tuttavia appare tutt’altro che abbandonata, in certe sue versioni contemporanee (ma qualcuno si ricorda com’è finito l’ultimo referendum?). Tra i fallimenti dei processi di civilizzazione forzata vanno ascritti i campi di concentramento, specialità dei regimi totalitari.
Il filosofo spagnolo Fernando Bárcena dice la sua ne La sfinge muta. L’apprendimento del dolore dopo Auschwitz (a febbraio, edizioni Oasi Città Aperta). Le sue riflessioni partono da un episodio raccontato da Primo Levi: la nascita e la morte, all’interno del campo, di Hurbinek, un bambino che nella sua breve vita non riesce a dire nemmeno una parola. Per l’autore il silenzio, forzato o distratto, e la perdita della memoria sono due variabili fondamentali dell’abbrutimento umano. Certo, bastassero i libri, sarebbe tutto più semplice. Pensate se non ci fossero neanche quelli.
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