GUERRE DI LIBERTÀ L’esile confine di un mito

L’ultimo libro di Luciano Canfora: tutti i conflitti sono aggressioni, raramente l’umanità va oltre la legge della giungla E ricorda una lettera di Khomeini a Gorbaciov

Ci sono le montagne russe del Luna park e quelle della storia. Luciano Canfora nel suo ultimo libro Esportare la libertà, il mito che ha fallito (Mondadori, 104 pagine, 12 euro) ci accompagna nelle vertigini delle seconde. Gli storici classici, Tucidide in testa, sostenevano che il passato non va dimenticato in vista del futuro: sapere quello che già è accaduto può risultare utile per affrontare quello che accadrà. Un passo ancora ulteriore è immaginare che la conoscenza del passato remoto possa illuminare quello prossimo, aiutarci a capire cosa è accaduto negli anni recenti, senza lasciarci accecare dalle ideologie e dalle scelte di campo.
Per far questo Canfora si lancia lungo il toboga dei secoli e dei millenni, accosta gli abitanti dell’isola di Samo che tentano di scuotersi di dosso il giogo ateniese nel quinto secolo avanti Cristo agli ungheresi che si ribellano ai sovietici nel 1956, e nel far questo segnala come sia spartani che statunitensi, sul cui sostegno i ribelli contano, preferiscano garantire la pace del sistema piuttosto che impegnarsi in una guerra, forse giusta se guerre giuste esistono, a sostegno degli oppressi che lottano per la libertà.
Ma di guerre combattute per la libertà ce ne sono state parecchie. Nel suo libro Canfora ricorda quelle della Grecia classica, della Rivoluzione francese, quelle di Budapest e dell’Afghanistan, per finire con l’ultima avventura statunitense in Irak.
Certo gli assenti nell’elenco sono parecchi ed il lettore ha l’impressione che troppo spesso siano chiamati sul banco degli accusati gli Stati Uniti. La tesi di fondo è condivisibile: tutte le guerre sono d’aggressione, la difesa della libertà è una scusa per ingerirsi nei fatti altrui, raramente l’umanità riesce ad andare oltre la legge della giungla, quella in base alla quale il più forte comanda.
Questo però non fa che riproporre il tema ultimo della legittimità del ricorso alla violenza, nei fatti interni come in quelli internazionali, nell’individuazione di quella riga rossa oltrepassata la quale anche il migliore e più sano dei governi può sentirsi autorizzato a mettere a repentaglio la vita dei propri cittadini e a ordinare loro di uccidere.
Un problema che si ripropone di continuo ai nostri politici, dopo che la fine del bipolarismo mondiale ha liberato i microconflitti locali dai freni che il sistema imponeva loro, ponendo i governi di tutto il mondo di fronte alla necessità di contenere la violenza locale e di lottare contro le centrali del terrorismo. Con le connesse questioni relative alla loro individuazione.
A tutto questo accenna Canfora, che in cento pagine poco più si può fare. Prestigiosa è l’appendice documentale del volumetto, in cui spicca una lettera di Khomeini a Gorbaciov, scritta il primo gennaio del 1989, quando già il mondo sovietico era agitato da mille tensioni, ma il muro di Berlino non era ancora caduto.
Il messaggio dell’ayatollah è chiarissimo: i problemi dell’Unione sovietica non stanno nelle scelte economiche, pur sbagliate, che sono state fatte, o nella limitazione imposta alle libertà dei cittadini ma invece nella pretesa di allontanare Dio dall’uomo. Scrive Khomeini: «La difficoltà principale del Suo Paese non è costituita dal problema della proprietà, dell’economia e della libertà. Il vostro problema è l’assenza di una vera credenza in Dio, lo stesso problema che ha trascinato o trascinerà l’Occidente in un vicolo cieco, nel nulla. Il vostro problema principale è la lunga lotta contro Dio, contro la Fonte dell’esistenza e della creazione».
L’ayatollah avverte Gorbaciov che «l'esistente è costituito dal visibile e dall’invisibile, per cui anche ciò che non è materiale può esistere», confutando così in maniera radicale il materialismo su cui si basava l’ideologia sovietica. L’Occidente non ha compreso che la stessa critica, ideologica prima che fisica o militare, con la quale si condannava il sistema sovietico veniva rivolta al vincitore della guerra fredda, al quale Khomeini contesta l’illusione di un successo.
Un messaggio non molto diverso dalle posizioni espresse nello stesso periodo da Giovanni Paolo II, che richiamava l’attenzione dei governi e dei popoli sui bisogni dello spirito. La vittoria sul materialismo marxista non autorizzava ad affidarsi al mercato e al liberalismo come unica bussola per guidare l’umanità nell’avventura della vita. Che secondo i cristiani rimane un dono di Dio.