Una guida d’autore fatta solo di citazioni

Chi cerca Roma nell’ultimo libro di Elena Stancanelli, A immaginare una vita ce ne vuole un’altra (Fazi editore), non la trova. Della capitale, il lettore semmai ne rinviene un’idea, o meglio, un’idea costruita su una costellazione di idee (o personali interpretazioni di queste) di autori più o meno autorevoli di cui la Stancanelli si serve per aprirsi un varco, darsi ragione o mostrare di averla. Di per sé tale atteggiamento o, se si vuole, tale «vizio culturale» non è una colpa, è un po’ lo specchio dei tempi: nella letteratura, in ogni forma espressiva (anche nella vita, ma il discorso si complica) oggi pochi sono gli autori, molti gli interpreti, tanti i compilatori che intrattengono piuttosto che mostrare. Ma questo approccio alla realtà diventa più grave se l’intenzione dell’autore è quella di raccontarla «in presa diretta», come avviene nel libro della giovane autrice fiorentina di nascita, che di fatto è una raccolta di articoli già pubblicati sulle pagine della cronaca di un quotidiano romano.
Un campionario di citazioni, come ovvio ridotte a intenzione, cementano quasi ogni ragionamento su un luogo, un quartiere, un’impressione dell’autrice. Da Goffredo Parise, Cristina Campo, Montaigne, Marc Augé, Wittgenstein e Pasolini, ma in tale costruzione hanno dignità di pilastri di saggezza anche De Gregori e altri personaggi che decisamente si fa fatica a considerare dei maître à penser. Così la Stancanelli finisce a commuoversi per procura attraverso le osservazioni sulla chiesa del Suffragio di Lungotevere dei Mellini scritte da Cristina Campo, con la stessa disinvolta sicumera con cui decide che lo spartiacque tra gli «anni di piombo» e quelli del cosiddetto «riflusso» siano rappresentati dalla canzone di Alan Sorrenti Siamo figli delle stelle, o che ciò che certificava l’esistenza di Roma prima ancora del suo trasferimento erano le canzoni di De Gregori.
Ma una frase circostanzia la visione del mondo dell’autrice: «I luoghi, se non ci sono libri che li raccontano, non esistono. La letteratura è l’unico documento di identità che accetto per persone e cose». Accidenti, allora mi taccio!
Ma ci ripenso: sarà pur vero come avvertiva Platone che l’arte è imitazione di un’apparenza, quindi produttrice di una immagine di immagine, ma in questo caso - come diceva Totò (avrò pur io diritto a scegliermi i riferimenti culturali) - la Stancanelli se ne approfitta! Il tentativo, o come l’autrice stessa lo definisce, «la pretesa di raccontare la cronaca per mezzo della finzione» (che era l’intendimento di una rivista sulla quale alcuni racconti del libro sono stati precedentemente pubblicati) arriva ad essere puro impressionismo. E allora, come si dice, delle due, l’una: o ti metti al servizio dell’oggetto, raggiungi le verità che vuoi raccontare con le tue gambe e la mente sgombra da pregiudizi, oppure, coraggio, racconta la tua storia, con il tuo stile che è, come diceva Gottfried Benn, superiore alla verità e porta in sé la prova dell'esistenza.
Allora Roma è un pretesto che nel libro di Elena Stancanelli non viene mai davvero esplicitato come tale. Un pretesto sul quale, come a una calamita nascosta ma potente, vengono attratte diverse banalità sul tema: «Roma... per capirla basta amarla», «i romani se ne fregano», «l’unico posto davvero bello dove vivere, a Roma, è il centro», oppure delle vere perle di esistenzialismo borghese (nel senso di domestico e benpensante) come: «lo yogurt scaduto è buonissimo. La scadenza è una data spanata», oppure: «Ci muoviamo nella geografia dell’orrore grazie a meccanismi più o meno metaforici. Ma non dobbiamo dimenticarci che si tratta di metafore», e ancora (e questa è davvero buona per congedarci): «gli scrittori sono degli artigiani, che sudano e soffrono come tutti gli altri».