"Gypsy" insegna come trattare le over quaranta

C'era una volta Sam Taylor Wood, ragazza terribile dell'arte inglese, stessa generazione di Damien Hirst, grazie a Charles Saatchi entrata a far parte del giro giusto che portò alla mostra «Sensation». Di buona famiglia, ex moglie del gallerista Jay Jopling, grandi mostre (tra cui la retrospettiva alla Fondazione Prada) e biennali, Sam si ammala di cancro ma fortunatamente guarisce. Dopo il dolore schiaccia il tasto reset e riparte. Si butta nel cinema con Nowhere Boy, la storia di John Lennon prima dei Beatles, e sul set conosce Aaron Johnson, promettente attore molto più giovane di lei. Se ne innamora, lo sposa e ne prende il cognome, eliminando Wood e lasciando definitivamente l'arte.

La chiamano così per dirigere Cinquanta sfumature di grigio, primo episodio della trilogia della signora James, uno dei film più brutti di tutti i tempi, un improbabile soft core patinato, a uso e consumo dell'upper class, che riesce a vanificare qualsiasi voglia di fare sesso.

Per tale modo sofisticato di filmare il bel mondo borghese, la Taylor Wood entra nella produzione di Gypsy, serie in dieci puntate scritta da Lisa Rubin per Netflix di cui è regista delle prime due. Protagonista Naomi Watts, in tutta la sua bellezza di quarantenne che rinuncia al lifting accettando la propria età. Psicologa di mestiere, sposata a un babbalone noiosissimo che pensa solo al lavoro e vorrebbe farsi la segretaria, madre di una figlioletta in crisi di identità, annoiata da amiche che parlano solo di scuola, chat e cene di coppia, Jean si annoia da morire, fare la strizzacervelli non le piace più, col marito il letto è solo routine. E allora scopre che c'è vita oltre le mura domestiche e le giornate tutte uguali. Casualmente incontra Sydney, ventenne trasgressiva e disinibita. Da qui la trama si infittisce; da una parte c'è la tentazione di ficcarsi indebitamente nelle vite degli altri, dall'altra la corsa sul filo di una relazione omosessuale, da cui è attratta e impaurita. Taylor Wood, però, non sa filmare il sesso: il suo lesbo-chic suona stereotipato e ridicolo, peggiorato da un doppiaggio tutto ansimi e gridolini. Quando poi le toccano i doveri coniugali, la carica erotica è azzerata. Tanto vale lasciar perdere, altroché sottovesti nere.

Gypsy scorre via noioso, nonostante la sapienza di alcune inquadrature che citano l'arte, in particolare la fotografia di Philip Lorca di Corcia. Sarà dura sorbirsi dieci ore di trasmissione, nella speranza che la nostra Jean (ogni tanto si fa chiamare Diane) riesca a trovare soddisfazione in un momento dell'esistenza così delicato. La serie, comunque, distribuisce utili insegnamenti su come (non) trattare le donne mature, esigenti e rompiscatole. A quarant'anni il sesso può essere un ottimo strumento di comunicazione. Va praticato, senza dare nulla per scontato. I mariti sono avvertiti, soprattutto quelli come Michael Holloway (Billy Crudup) con le sue banalità assortite: invece di far tardi in ufficio, portala a ballare, falla divertire, accetta le trasgressioni e spendi di più per la baby sitter. Sennò poi non ti lamentare se finisce a letto con l'amica.