Hansen, quando la letteratura ripara i torti della Storia

Tradotto il romanzo-documento del 1967 sul traffico di schiavi della Danimarca. Una vergogna ignorata persino in patria

«Non concepivano la fretta, amavano i colori forti, avevano visto gli ippopotami accoppiarsi sotto la luna piena». Giorni lenti e di fatica spesi nella costruzione delle proprie capanne, nel lavoro dei campi, tra l’azzurro marino e il verde delle palme sulla costa.
Il danese Thorkild Hansen (1927-1989) racconta duecento anni di schiavitù che appartengono alla storia coloniale della Danimarca e che i libri di storia liquidano in un pugno di righe. Hansen non ignora, vuole luce sui due secoli di colonizzazione dell’antica Guinea (oggi Ghana) e lo fa in un romanzo documentario lontano da enfasi, revisionismo e retorica, con uno stile asciutto e poetico, fatto di immagini forti, di uomini di tempra diversa, resi tangibili dalla sua scrittura.
La costa degli schiavi fu scritto da Hansen nel 1967 ed ora è edito da Iperborea (pagg. 392, euro 17,5; traduzione di Maria Valeria D’Avino), illustrato dai disegni di Birte Lund, prima moglie di Thorkild, che lo accompagnò nel suo lungo viaggio alla ricerca di verità storiche dimenticate, di personaggi archiviati, «gente comune, buona e cattiva, ma per lo più buona. Forte e debole, ma per lo più debole». Presente e passato si fondono in questo percorso, in cui «un giorno di viaggio in portantina corrisponde oggi a un’ora di Volkswagen», quella con cui Hansen e Lund, con penna e matita, hanno vagato riscoprendo il vecchio forte bianco di Christiansborg e quello di Fredensborg, «un cumulo di rovine in fondo alla foresta».
Luoghi di selezione e tortura di schiavi trasportati dalla Guinea alle Indie Occidentali danesi, le attuali Isole Vergini nel Mare dei Caraibi. Uomini, donne e bambini, venuti al mondo durante il viaggio dal villaggio al forte, all’ombra di una foglia di banano.
«Gli schiavi non proiettano ombra nella storia. Somigliano ai dannati dell’Inferno di Dante, sono essi stessi un popolo di ombre nere», senza voce. La voce alla loro disperazione l’hanno data i testimoni oculari che si sono alternati sul posto nell’arco di due secoli e di cui Hansen, meticoloso, ricostruisce le tracce. Marchi a fuoco come fossero bestiame, fruste di cotenna d’ippopotamo, suicidi dopo tentativi di fuga, donne ispezionate negli angoli più intimi, neonati gettati alle onde o lasciati agli sciacalli, giovani maschi capaci di tagliarsi le dita di mani e piedi pur di non essere venduti e fanciulle che si sfregiavano le labbra per risultare ripugnanti. E uno schiavo mutilato non era buona merce.
Il sogno realizzato del medico Isert di fondare una città, Frederiksnobel, la nobiltà d’animo di questo botanico filantropo amante di Rousseau che condannava «il traffico più perverso e ingiusto», il «crimine più enorme e irreparabile degli europei», si ricollega all’esperienza del pastore Johannes Rask, autore di un manoscritto pubblicato nel 1754, a dieci anni dalla morte, considerato il primo documento sul commercio danese degli schiavi, venduti dai loro stessi capi africani per qualche fucile e un po’ d’acquavite. Il pastore Monrad aveva notato la particolare tolleranza religiosa dei neri, rispettosi verso la fede che lui rappresentava, e aveva raccontato come «l’unica unità monetaria in Africa sono gli africani». Il suo libro era uscito nel 1822 a Copenaghen. Da trent’anni la Danimarca aveva dichiarato di aver soppresso l’illecito traffico, ma nel 1821 i mercanti dissero di non aver mai saputo nulla del divieto.
Nelle pagine di Hansen si incontrano l’ebreo Joseph Wulff, sopravvissuto alle febbri tropicali, Edward Carstensen, ultimo governatore di Guinea, Sebah Akim, assassino di bambini, gli Ashanti e gli Akwapim in guerra, il trafficante di schiavi Ludewig Ferdinand Romer. Un coro di voci, voci di europei più o meno convinti che «Dio fosse dalla loro parte. Sicuramente era così, ma non fu di grande aiuto. Le zanzare portatrici della malaria erano dalla parte dei negri», scrive amaro Hansen. Oggi, del cimitero danese accanto al forte bianco restano frammenti di lapidi in mezzo a un cementificio mai sorto, tra lastre di cemento e tubi di scarico.