Henri Michaux distilla l’essenza dei suoi viaggi

Torna «Ecuador», il diario uscito nel 1929 in cui lo scrittore francese cerca la verginità di fronte alle cose e alla pagina

Di Henri Michaux, viaggiatore precoce e instancabile che fece del viaggio l’esperienza interiore per eccellenza, fino all’impennata di narrazioni del tutto immaginarie, come il Voyage en grande Garabagne o Ici Poddéma, la casa editrice Quodlibet riprende, nell’ottima traduzione di Guido Neri, il diario di viaggio Ecuador (pagg. 151, euro 14). Diario sui generis e che, anzi, da un certo punto in poi dimostra l’assoluta idiosincrasia per il mondo delle parole, di cui l’autore avverte la dimensione claustrofobica: «Ma scrivere, scrivere: uccidere, che altro».
È davvero un po’ mago, Michaux, «decifratore della notte», è stato definito; colui che è rimbaudianamente «un autre» e moltissimi altri: «io fui ogni cosa...». Anima mistica che considera valide unicamente le esperienze spirituali (fu redattore della rivista Hermes, che appunto in tal senso era impostata); avventuriero dello spirito teso a ciò che chiamava il «transreale». Il viaggio fisico si trasforma dunque sempre, in lui, in viaggio «per di dentro»: ed è anche il caso di Ecuador, uscito nel 1929, attinente alla prima fase dei suoi grandi viaggi, che dal 1927 al 1936 lo portarono in America del Sud e in Asia (Un barbare en Asie è del 1933). In Ecuador le descrizioni, quando ve ne siano, assumono un valore simbolico, ovvero un paesaggio, un essere o una situazione sono decantati nella storta del narratore, per esserne estratti come pura essenza. Già nelle poche righe di premessa, l’impresa - del viaggiatore e del cronista - si mostra all’insegna del rifiuto e della negazione: «Un uomo che non sa viaggiare né tenere un diario ha composto il presente diario di viaggio»; l’impressione è quella di una ricerca di «verginità» dinanzi alle cose e alla pagina. Che è certo il modo migliore di intraprendere un viaggio e uno scritto: la tabula rasa da ricoprire di segni «puri» come all’alba del mondo.
Difatto, in quanto segue (il diario parte dal tragitto in nave verso Amsterdam, da cui dovrà imbarcarsi per le Americhe), continua è l’interrogazione sulle coordinate spaziali e temporali, perché il desiderio di perdersi sia più forte di qualsiasi metodica da viaggiatore accorto: «A proposito, dicembre ha trenta giorni o trentuno? Sono due giorni o tre che siamo in mare? Nell’anticalendario del mare?». Quindi i pochi rilievi sulle condizioni della traversata oceanica riguardano i liberi elementi che lo circondano: il vento, che egli segue nel suo avventarsi e fuggire; o le parole, la lingua vigente a bordo, contaminazione di più lingue («un artista europeo potrebbe scrivere, con grande tatto, una curiosa lingua quadrupede»).
Comincia il succedersi delle identificazioni, con lo spostare l’attenzione a particolari esterni alla scena maggiore: e saranno di volta in volta il vascello scorto in lontananza («Essere quel solitario vascello, così insolente e superbo sull’immenso deserto d’acqua...»), i pesci che, da sotto, vedono passare la «stupida chiglia» del Boskoop («e Dio sa che riflessioni avranno fatto»), o i cavalli che, una volta giunti a Quito, «Dio sa quanto avevano dovuto pensare a questo ritorno \». L’insofferenza è per il pianeta degli uomini («È incredibile quanto può essere tedioso il nostro dannato pianeta con quel poco di tutto che possiede. \ viene da domandarsi quale sia il nostro vero luogo e di quale altro Globo noi siamo la miserabile periferia»). Le lunghe digressioni come quella su un futuro in cui si parlerà con gli animali, o sull’erotismo canino, testimoniano ancora della sua volontà di «evasione» nel senso più pieno del termine. «Quanto all’uomo, è un animale mal riuscito, originale ma per nulla armonioso».
Unico appunto: ci sarebbe piaciuto, a corredo del testo, disporre di una postfazione o quanto meno di una nota, che, nel caso di riproposte di questa importanza, è quasi d’obbligo.