Hillary al capolinea: inseguita dai debiti

Il voto nell’Indiana segna la fine dell’ex first lady: entro il 3 giugno si farà da parte. A spese del rivale. I media hanno già incoronato Obama. L'ultima idea: proporsi come vice di Barack

Washington - Dopo settimane e mesi di conteggi all’insù, che registravano il crescere dei delegati per questo o per l’altro candidato alla presidenza degli Stati Uniti, per Hillary Clinton è arrivato il momento del countdown. In molti sensi: da un lato le sottrazioni dal totale dovute alle defezioni che si moltiplicano. Dall’altro, ancor più drammaticamente, la gara per prevedere tra quanto Hillary getterà la spugna: mesi, settimane, giorni? Per qualcuno ore, e si tratta naturalmente dei mass media, che tendono ad arrivare in anticipo. Hanno deciso di correre il rischio due fra i più importanti settimanali sul mercato americano. Time, che una settimana fa aveva dedicato la sua copertina alle «cento persone più influenti nel mondo», dedica quella di oggi a uno solo: Barack Obama, «il» candidato democratico alla Casa Bianca. L’Economist fa lo stesso e sentenzia: «Il deludente risultato dell’Indiana rappresenta in realtà una vittoria di Obama e la fine delle speranze per il senatore Clinton. Anche se Hillary vuole continuare è difficile che possa andare più in là del 20 maggio». Il New York Times calcola che le sue probabilità di farcela siano «ridotte a meno del 2 per cento» e la invita a «farsi da parte per non danneggiare il partito». La Washington Post, che ha appoggiato la Clinton fin dal primo giorno, la invita ora a riconoscere che «non ci sono strade percorribili verso la vittoria». E il Wall Street Journal ha già cominciato a «raccontare» il duello fra Barack Obama e John McCain, dopo aver lasciato a Karl Rove, «mago» delle vittorie elettorali di George W. Bush il compito di spiegare perché Obama ha già «matematicamente vinto».

I politici parlano più cautamente, tranne quelli che agiscono in silenzio. Continua e si allarga lo stillicidio fra quei «super delegati» su cui Hillary ha fondato le sue speranze fin dal momento in cui la strada del trionfo nelle primarie le è stata sbarrata dal giovane collega dalla pelle scura. Quattro se n’erano andati il giorno stesso delle primarie in Indiana e North Carolina, otto li hanno imitati ieri, sotto la «guida spirituale» di leader storici del Partito democratico, siano essi delegati o meno. Il patriarca «liberal» George McGovern aveva già motivato la sua defezione con il bene del partito. In termini più sfumati lo ha imitato la senatrice della California Dianne Feinstein: sostenitrice della Clinton, è comparsa di fronte alle telecamere dopo che Hillary aveva eluso le sue ripetute richieste di un colloquio chiarificatore a quattr’occhi: «Volevo chiederle che cosa ha in mente per il resto della campagna elettorale». Non ha apertamente invitato la Clinton a ritirarsi: l’ha però invitata a rifare il conteggio dei delegati di cui ha bisogno per vincere, perché «vorrei proprio capire come può pensare di farcela». Sulla strada della diplomazia un’altra donna di potere della California, Nancy Pelosi, presidente della Camera, si è mostrata più longamine. Mostrando anzi di difendere Hillary, ha detto che la contesa potrebbe anche andare avanti fino alla fine di questo mese, per concederle di sfogarsi. Ma dopo basta.

Si accende ora un altro concorso pronostici: sul giorno in cui la Clinton alzerà bandiera bianca. C’è chi dice il 31 maggio, chi il 3 giugno, data dell’ultima primaria in calendario. Ce ne sono ancora sei, cominciando da martedì in West Virginia, uno Stato che Hillary «ha in tasca», così come il Kentucky e Portorico; gli altri tre, tutti nell’Ovest, sono ritagliati su misura per Obama: Montana, North Dakota, Oregon. Ma anche se la Clinton li vincesse tutti i numeri la condannano e non basterebbe più neppure «resuscitare» le delegazioni della Florida e del Michigan, «squalificate» per essere state elette fuori tempo massimo. Intanto Hillary deve far fronte a una crisi di bilancio: la sua campagna ha fra i 10 e 20 milioni di dollari di debiti. Sei li ha anticipati di tasca propria e se i contributi non arrivano non li rivedrà più. Di qui la soluzione pratica, tutto fuori che elegante, che si prospetta nelle ultime ore: Hillary si ritira, Obama le paga i debiti. E si abbracciano finalmente per far fronte al nemico comune.