Hillary entra nel covo dei blogger raccoglie fischi e attacca Obama

La candidata democratica alla Casa Bianca parla nella città del suo rivale. Lo accusa di essere «un molle» con i nemici degli Usa

da Washington

Hillary Clinton è uscita viva (secondo qualcuno addirittura vegeta) da una «imboscata» che nello stile esagitato delle campagne elettorali del XXI secolo era stata definita addirittura potenzialmente mortale. Non era un test elettorale, non era neanche un grande comizio, ma solo la partecipazione a un dibattito organizzato da una categoria nuova e specialissima di attivisti della politica: la convention di un gruppo di blogger «progressisti» a Chicago.
Un piccolo e svelto conclave, cioè, di attivisti che sanno farsi tanta pubblicità che qualcuno crede che possano addirittura scegliere il «papa» tra gli aspiranti democratici alla Casa Bianca. Hillary non vi è entrata papa, ma ne è uscita egualmente cardinale, cioè nella posizione in cui era prima, dopo aver raccolto una messe di fischi ma anche qualche applauso. Ha potuto dire insomma di avere pareggiato e dopotutto il match si giocava a Chicago, che è la patria politica del suo concorrente più pericoloso, Barak Obama.
Gli argomenti toccati sono stati più d’uno e hanno incluso ingredienti d’obbligo nel minestrone elettorale Usa: la gara a chi rovescia più elogi sulla polizia (e più accuse su George Bush, imputato, figurarsi, di non amarla abbastanza), a chi scaglia più aspre denunce contro i lobbisti e gli «interessi speciali» e, naturalmente, chi è più contrario alla guerra in Irak.
Ed era questo l’argomento più scottante per Hillary, che, se non proprio da quando aspira a prendere il posto del marito in Pennsylvania Avenue (lo fa da sempre), ma almeno da quando quell’impegno militare ha conosciuto una svolta per il peggio diventando quindi sempre più impopolare, deve farsi perdonare di aver votato a favore quando Bush chiese l’autorizzazione del Congresso e i relativi stanziamenti.
Non è stata l’unica, d’accordo (era fresca l’emozione della strage terroristica di Manhattan e quasi tutti credevano alla leggenda delle «armi di distruzione di massa» in possesso di Saddam Hussein), ma altri se la sono cavata in modo più spiccio, come il suo concorrente John Edwards, che ben presto ha detto «ho sbagliato» e ad ogni occasione si scusa. Lei no: lei ammette l’errore ma, persona orgogliosa, le scuse non le scuce: preferisce spiegazioni più complesse, e magari più veritiere, ma meno gradite a una platea di attivisti.
Obama, suo avversario principale, è in una botte di ferro perché lui era contrario fin dall’inizio. E dunque Hillary sente il bisogno di «aggirarlo» e, alla fine, scavalcarlo nell’opposizione. Dunque schivando un mea culpa è andata modificando gradualmente la propria linea e adesso è stata anzi la prima fra gli aspiranti alla Casa Bianca a chiedere che si fissi una data per il ritiro delle truppe dall’Irak, costi quello che costi e quale che sia la situazione sul terreno. Si è così «coperta a sinistra» e ora 7 su 10 fra coloro che quel ritiro chiedono l’hanno perdonata e sono disposti a votarla.
Hillary può così dedicarsi anche all’altro fronte, quello moderato, insomma a «coprirsi a destra» e lo fa rifiutandosi di escludere, evidentemente in altri possibili conflitti, l’uso delle armi nucleari e soprattutto sparando bordate contro Obama, reo di aver tratto, nel delineare una politica estera alternativa a quella intransigente di Bush e dei suoi consiglieri neoconservatori, la conseguenza che l’America non dovrebbe più rifiutare a priori contatti diplomatici con i «dittatori» e i «cattivi»; perché, afferma, «è con gli avversari che si tratta: ce n’è più bisogno che con gli alleati».
L’astuta Hillary ne ha approfittato per bollare Obama come «molle» nei confronti dei nemici dell’America, a cominciare dal venezuelano Chavez.