Hiroshi Sugimoto conosce i segreti per fermare il tempo

La capacità di conciliare filosofia e immagini di grandissimo impatto rende l'artista giapponese un vero innovatore della fotografia

È il tempo l'elemento che determina la natura concettuale dell'opera d'arte. Nella seconda parte del '900 vi sono state diverse intuizioni geniali, disarmanti nella loro semplicità, che hanno reso possibile la lettura appunto temporale, dunque dinamica di un lavoro: dalla Lampada annuale di Alighiero Boetti che secondo la leggenda si sarebbe dovuta accendere una volta ogni 365 giorni per 11 secondi appena, ai Date Painting di On Kawara, piccoli quadri in cui l'artista giapponese segnava il qui e ora dell'attimo in cui considerava finita l'opera; dalla grande installazione di land art The Lighting Fields , che Walter De Maria installò nel deserto del New Mexico e che avrebbe rivelato la sua vera essenza solo in presenza di un temporale, agli evanescenti dipinti di Roman Opalka che ha dipinto il tempo in forma di numero per tutta la vita.

Alla fotografia, invece, si chiede di fermare un solo istante rivelando la percezione umana del tempo stesso, ma essendo forma statica per eccellenza c'è bisogno di uno sforzo ancora più evidente per dare immagine a un concetto così sottile. È questa la ricerca che Hiroshi Sugimoto ha messo in pratica nella sua carriera d'artista, cominciata all'inizio degli anni '70 e proseguita con assoluta concentrazione fino al presente. Sugimoto è certamente uno dei più grandi artisti della fotografia contemporanea, non un fotografo puro, influenzato dal Minimalismo e dal Concettuale fin da quando da Tokyo - dove è nato nel 1948 - si trasferisce a Los Angeles fondendo così due matrici culturali molto distanti eppure non incompatibili. La Fondazione Fotografia Modena gli dedica un'ampia retrospettiva al Foro Boario per la curatela di Filippo Maggia, fino al 6 giugno, dal titolo Stop Time che presenta tutti i cicli principali, da cui scopriamo una volta di più il rigore metodologico tradotto nella perfezione dell'inquadratura e nella meticolosità della stampa, la lunga ricerca preliminare, la sofisticatissima tecnica del bianco e nero ottenuta con fotocamere analogiche.

La prima di queste serie è Theatres , cominciata nel '76 e pensata, come quasi tutte del resto, nella versione di un ininterrotto work in progress . Sono schermi cinematografici completamente bianchi, in cui il tempo della pellicola proiettata coincide esattamente con quello dell'esposizione e si manifesta come un rettangolo di luce al centro dell'immagine. L'inquadratura mancante, insomma, la percezione assente.

Il lavoro più poetico e intenso è Seascapes , realizzato nel 1980: splendide e infinite distese d'acqua, immortalate in un solo scatto ma sempre uguali da millenni, depositarie di una storia eterna che si ripete, senza sosta, nel lento e inesorabile approdo delle onde sulla riva. Sugimoto «ferma» il movimento del mare rendendolo paesaggio immobile, sottraendogli dinamismo e inchiodandolo come le ali di una farfalla.

Con i Dioramas ha trasferito la sua ricerca nei musei di storia naturale, mentre in Out of Focus si è dedicato a un'altra grande passione, quella dell'architettura modernista rappresentandone le icone negli edifici di Frank Lloyd Wright, del futurista Sant'Elia, del Bauhaus, del MoMA. Nei Portraits ha estrapolato le statue in cera di Madame Tussauds posizionandole su fondali neri e ingannando ancora una volta la nostra percezione sul limite tra falso e vero. I cicli più sperimentali, dove si perde il realismo dell'immagine, sono invece Photogenic Drawings , in cui rifotografa i negativi ottocenteschi di Talbot, e soprattutto Lighting Fields , fulmini e saette ottenuti direzionando sulla pellicola una scarica elettrica di 400 watt con un generatore Van der Graaft. Gli ultimi lavori sono persino profetici - Accelerated Buddha (2013) -: si tratta di un mondo visto da un ipotetico futuro dove la razza umana si sarà estinta per una sorta di ritorno a una natura selvaggia e primordiale.

Attraverso l'indagine nel passato Sugimoto arriva a raffigurare il tempo dandogli corpo, con un approccio lento e seriale, l'esatto opposto della fotografia contemporanea costruita sull'istantaneità e sull'accadimento rapido e imprevisto.

Tra le sue passioni c'è quella del collezionismo antiquario, oltre all'architettura. La curiosità intellettuale e il curriculum sono davvero eterodossi: ha realizzato diversi libri d'artista, nel 2008 ha aperto un proprio studio di architettura e nel 2009 ha firmato l'ampliamento dell'Izu Photo Museum di Shizuoka in Giappone. Ha diretto diverse performance di teatro Noh e nel 2009 è stato insignito dell'Imperial Prize, il Nobel dell'arte. Sulla fotografia ha detto e scritto frasi illuminanti: «Da 180 anni è la fotografia a determinare il modo in cui l'uomo guarda la propria storia e percepisce il mondo. La storia è vera storia solo dopo che la fotografia ha svolto la sua parte».