HIRSI ALI L’orgoglio di essere un’infedele

La favola della nonna nel deserto somalo raccontava di un nomade insediatosi con la famiglia nella capanna di «colui che si gratta con il bastone», un mostro che di notte perdeva le sembianze umane e si trasformava in iena per divorare i bambini. «Che cosa avete imparato?», strillava la nonna. Semplice, quel nomade era stato lento di mente e di gambe, povero di forza e di valore, meritava di perdere tutto. Ma Ayaan, la nipotina, che sapeva recitare la propria genealogia indietro nei secoli, Ayaan «figlia di Hirsi, figlio di Magan, figlio di Isse, figlio di Guleid, figlio di Ali...», ha imparato la lezione e dicendo «no» al matrimonio combinato dal padre con un somalo-canadese, ribellandosi all’oppressione islamica sulle donne, denunciando l’infibulazione e poi l’ipocrisia di quanti anche in Occidente non hanno voluto condividere il suo coraggio nella denuncia dell’Islam integralista, è diventata Ayaan Hirsi Ali, una donna che a 37 anni ha attraversato tutti i confini.
Ayaan, che oggi sarà alla Fiera di Torino a presentare il suo ultimo libro (Infedele, Rizzoli, pagg. 394, euro 18,50), è approdata negli Stati Uniti e lavora per l’American Enterprise, think tank di orientamento repubblicano, dopo un lungo peregrinare tra Somalia, Etiopia, Kenya, Arabia Saudita, Olanda, dove si è laureata in Scienze politiche ed è diventata deputata, inseguita dalla condanna a morte della comunità islamica per la battaglia contro l’infibulazione e l’oscurantismo islamico. Sceneggiatrice di Submission, il film che è costato la vita al regista Theo Van Gogh, è destinataria del messaggio di morte conficcato dall’assassino, con un coltello, nel corpo di Theo.
Per raccontarsi, si toglie le scarpe, raccoglie le lunghe gambe e si accoccola come una principessa somala sul divanetto di broccato di un albergo romano. Parliamo di confini, il tema della Fiera. «Il primo confine che ho attraversato è stato quello del mio clan musulmano: sono diventata un individuo in una società aperta. Il secondo quello tra la religione e l’illuminismo: un passaggio dalle tenebre alla luce. Il messaggio dell’illuminismo è fatto di libertà, diritti, pluralismo, moderazione, tutto ciò che si può acquisire attraverso la ragione». L’Islam, afferma, è uno solo. L’unica libertà per l’individuo è abbandonarlo. «In Islam ti devi sottomettere alla volontà di Dio, finché muori e allora puoi andare all’inferno o in paradiso. Un altro confine l’ho attraversato come donna. Prima esistevo solo come incubatrice per la tribù, sarei diventata madre solo per il clan. Me ne sono liberata. Non sono più uno strumento della maternità, ma una donna che desidera avere figli per sé. E tutti questi confini li ho varcati in quattordici anni...».
Sorride, nello sguardo un lampo di fierezza. L’ultima frontiera la varca adesso. «Il confine della vergogna, che ho superato scrivendo questo libro, la mia biografia, confessando e testimoniando il modo in cui sono diventata un’infedele». L’ultima telefonata con il padre risale al 2004, quella con la madre al 2003. «Capisco che dal loro punto di vista e per il modo in cui vivono l’onore e l’appartenenza al clan, non potrebbero mai più stringermi a loro». La liberazione ha un aspetto esaltante e uno deprimente. «Mi sono allontanata gradualmente dall’Islam, ne sono felice ma sento la mancanza dell’amore e dell’appartenenza alla famiglia».
Forse la barriera meno prevedibile è stata quella culturale che ha dovuto abbattere in Olanda, in Occidente, passando dalla militanza laburista a quella liberal-conservatrice. «La sinistra ha tradito sé stessa abbracciando il multiculturalismo. Per poter indirizzare il mio messaggio di liberazione alle donne musulmane dovevo per forza avere un approccio rivolto agli individui. Insistere sul fatto che tutte le culture sono uguali e ugualmente meritevoli è un errore. Un liberale parla agli individui indipendentemente dal colore, dal grado di povertà, dalla fede religiosa. Sostenendo invece che tutti gli individui sono uguali e così i gruppi, le culture, la sinistra non consente di ribellarsi contro quei gruppi in difesa dei più deboli, in particolare delle donne. L’individuo è concreto, il gruppo è astratto. In nome del multiculturalismo si sono abbandonati donne e bambini al loro destino».
Ayaan è atea, ma conserva un «desiderio di trascendenza e spiritualità», riconosce nell’uomo la razionalità ma anche un aspetto irrazionale (sensualità, spiritualità, estetica), «cose non tangibili che fanno però la vita più bella». Ma nell’Islam «non c’è immaginazione se non per l’Aldilà». Nessuna speranza? «Se in Pakistan la maggioranza adotta una legge che punisce con la morte l’apostasia, non c’è speranza se non per i singoli». La democrazia americana è superiore a quella europea perché «l’America è un concetto, non una etnicità. È eterogenea, la libertà economica favorisce l’integrazione». L’ambizione di Hirsi Ali adesso? «Continuare a scrivere, e nella vita privata stare di più a casa mia, magari avere dei bambini. Li ho sempre voluti, ma il tempo non è stato mai quello giusto. Il mio tempo una volta apparteneva ai miei genitori. Ora non più». Il suo traguardo, dopo tante lotte e sofferenze, è «una vita normale».