«Ho copiato i brasiliani Ora coltivo il riso senz'acqua»

Paolo ha convertito i suoi 120 ettari alla semina su stoppie: «Così risparmio risorse e inquino meno»

nostro inviato a Crescentino (Vc)«Q uando ti accorgi di essere solo la parte di un ingranaggio, stritolato tra interessi delle grandi industrie chimiche e logiche di mercato che non puoi controllare, capisci che devi trovare una strada alternativa, più sostenibile». Paolo Maria Mosca, 33 anni, ha sempre desiderato di fare l'agricoltore, scegliendo per sé un destino scritto da cinque generazioni. Dopo la laurea in Agraria a Torino, ha partecipato a diversi progetti per cambiare il sistema di coltivazione del riso. «Una pianta molto molto complicata, richiede una quantità d'acqua importante, il giusto suolo. Ogni volta è diverso dal solito e bastano errori di pochi millimetri per perdere un raccolto». A Crescentino, in provincia di Vercelli, nei 120 ettari di risaie e 17 chilometri di canali intorno alla Cascina Cesiola Vecchia, si trova l'equilibrio tra conoscenze e procedure frutto di studio, tradizione e una certa dose d'azzardo. «Ho capito che lavorare sull'intensivo è fallimentare, ormai è così negli spazi immensi degli Stati Uniti figuriamoci da noi. E poi non possiamo competere con le tonnellate di merce che arrivano dall'Est a dazio zero. L'ultima speranza è puntare sulle varietà da risotto, come il carnaroli, che per il momento sono al riparo dall'invasione». A Paolo non è bastato proseguire il cammino dei suoi avi. «Ho viaggiato: America, India, Cina. Ho girato tutto il Sudamerica. Da brasiliani, argentini e cileni ho rubato quella che per me è la tecnica del futuro». Paolo coltiva il riso all'asciutto per i primi cinquanta giorni, seminando sulle stoppie rimaste sui campi dalla stagione precedente. «Una tecnica conservativa che permette di non lavorare continuamente il suolo; la rotazione rompe il ritmo della monocoltura, tiene il terreno ricco di sostanze e inganna le malerbe, così è possibile limitare l'uso di fitofarmaci. Con la semina su sodo risparmio acqua e macchinari, quindi carburante, e produco meno emissioni di metano e Co2». Paolo ha saputo sfruttare i finanziamenti della Comunità europea e della Regione Piemonte per portare avanti il progetto. E le istituzioni tengono sotto controllo i risultati dei suoi esperimenti. In una delle sue risaie con vista sulle Alpi, ad esempio, nove particelle sono dedicate allo sviluppo di altrettante tecniche, per scoprire quale sia la più efficiente e con minore impatto sul territorio. La «rivoluzione» è partita nel 2007, oggi è completata. I campi con la terra scura, arata di fresco, di fianco a quelli di Paolo sembrano quasi «... medioevo. L'imprenditore, non parlo solo di quello agricolo, deve innovare, fare quello che non si è mai fatto prima». Produrre è solamente una parte del lavoro di Paolo. La vera abilità - ricorda - è trovare un mercato di riferimento, rimanere liberi con un prodotto non di massa, ma di qualità». La Cascina esporta all'estero, in Germania soprattutto. «L'obiettivo a breve è di incrementare la linea indipendente, vendere on line, far crescere il marchio in modo che racconti tutta la storia che c'è dietro. La mia prossima conquista, ancora più impegnava, sarà passare al riso biologico. Me lo chiedono i clienti. Ma bio per davvero, guai a barare... ». GSu