«Ho inventato una saga sull’alchimia per parlare ai giovani del Male assoluto»

Paolo Maurensig (classe 1943) è un autore colto. Il suo esordio, che resta il suo libro più noto, è La variante di Lüneburg, e non a tutti capita di esordire con Adelphi. Da allora nelle sue opere la nota dominante è la scrittura cesellata, caratterizzata anche da una certa brevità. Ora però si cimenta con un vero e proprio thrillerone esoterico in libreria da oggi: L’oro degli immortali (Morganti, pagg. 404, euro 19,50). Ecco la trama in soldoni, senza svelarla troppo: Léon Acquaviva, archeologo esperto di occultismo, viene invitato a una trasmissione televisiva a parlare di alchimia. Lasciati gli studi, qualcuno lo chiama in albergo e gli promette di rivelargli incredibili segreti sulla pietra filosofale e l’elisir di lunga vita. Lui accetta e, dopo un lungo viaggio con una benda sugli occhi, incontra un uomo dall’età indefinibile che gli racconta della sua lunga e rocambolesca vita tra ipnotizzatori, porte alchemiche, castelli delle SS, demoni incarnati in corpi infantili, talismani e ricerca dell’antica Thule. Un bel cambio di genere che porta l’autore goriziano a confrontarsi con una scrittura necessariamente molto più pop. Nella quale però continua a inserire i suoi temi preferiti, lo scorrere del tempo, i nazisti e la loro mania per l’occulto (già La variante di Lüneburg era ambientata in un campo di concentramento), l’eterno confronto tra bene e male. Abbiamo fatto una chiacchierata con l’autore per capire il motivo di una svolta così alla Dan Brown.
Maurensig, ne L’oro degli immortali lei costruisce un thriller alchemico che spazia fra presente e passato. Sbaglio o è un bel salto rispetto ai suoi libri precedenti?
«Sono scelte che si fanno a un certo punto... Io ho avuto una carriera letteraria molto lunga. Poi ho avuto la tentazione di sperimentare una nuova tecnica narrativa. Mi piaceva l’idea di fare un libro che avesse il formato adatto anche ai lettori giovani che amano molto il romanzone... Eco, parlando del suo romanzo appena uscito, ha detto: “volevo fare un feuilleton”. Io idem, ma non per copiarlo, anzi credo di averci pensato prima...».
Le sue citazioni sul mondo degli alchimisti e sul contesto esoterico del nazismo sono molto accurate. In questo ha mantenuto il piglio del romanziere “alto”.
«L’alchimia è una mia passione giovanile, al nazismo sono attento dai miei primi romanzi e l’interesse esoterico di Hitler e dei suoi fedeli è un fatto storico molto ben documentato. La vulgata di quella passione la ritroviamo nei film alla Indiana Jones, ma oggetti come la lancia di Longino stavano davvero a cuore al Führer...».
Nel romanzo Hitler si fa ipnotizzare due volte da uno dei protagonisti principali, il dottor Albert Radek...
«Anche l’ipnosi è uno dei campi che incuriosivano molto i nazisti. Ci furono molti contatti tra Hitler e maghi come Erik Jan Hanussen. Io ho lavorato d’invenzione, ma a partire da questi fatti. Ho immaginato una lotta metafisica tra bene e male che dura secoli e che nell’avvento del Nazionalsocialismo ha uno dei momenti più tremendi. Ho raccontato l’alchimia come ricerca di un sapere superiore attraverso lo studio della natura».
Un’altra idea che nel romanzo fa da contrappunto alla battaglia tra bene e male è quella che gli scrittori siano una sorta di medium. Come le è venuta?
«È un’idea che mi ha affascinato. Lo scrittore vero e l’artista vero hanno sempre un’aura un po’ medianica, vedono cose che gli altri non vedono... Io ho collegato quest’idea a quella di una grande mente che contiene idee universali a cui scrittori e artisti in qualche modo attingono. Era anche un modo di far rientrare la letteratura di quegli anni nel romanzo».
Alla fine la citazione colta resta una tentazione troppo forte, nel romanzo spunta anche Elias Canetti...
«Mi sono adeguato allo stile corrente, come le ho detto all’inizio, ma non posso rinunciare a tutto, resta un filo rosso tra La variante di Lüneburg, gli altri libri e questo».