"Ho portato i trapianti sul red carpet di Venezia"

È stato il ministro della Salute che ha voluto una legge sulle donazioni e contro il fumo: «Ma quanti politici hanno cercato di bloccarmi...»

All'età di 85 anni il professor Girolamo Sirchia non molla quella che è sempre stata la sua seconda casa, il Policlinico di Milano, dove presiede ancora l'Associazione Amici dell'Ospedale da lui fondata nel 1974 per riunire i donatori di sangue del Centro Trasfusionale e di Immunologia dei Trapianti. Ma i non addetti ai lavori lo ricordano soprattutto per la sua guerra contro le multinazionali del tabacco che portò nel gennaio del 2003, all'epoca in cui era ministro della Sanità del governo Berlusconi, all'approvazione della storica legge sull'abolizione del fumo nei luoghi pubblici.

Sono trascorsi quindici anni da quella legge che stravolse (in meglio) la vita degli italiani. Una conquista che le costò un mucchio di nemici e anche tanto fuoco amico...

«Siamo stati dei pionieri perché fino a quel momento in Europa solo la Norvegia aveva una legislazione seria contro il fumo passivo. Incontrai resistenze enormi in tutti i settori, compreso quello sanitario. Ma i maggiori ostacoli arrivarono dalla politica e dal mondo produttivo. Erano in tanti a temere che gli italiani, non potendo fumare, avrebbero disertato bar e ristoranti».

Fu ostacolato anche da qualcuno dei suoi alleati?

«Purtroppo sì, e non soltanto da quelli fumatori. Molti nel governo temevano che una legge contro il fumo ci avrebbe fatto perdere consensi elettorali. Ci furono ministri che fino all'ultimo tentarono di insabbiare il disegno di legge».

Come fece a spuntarla?

«Come ministro della Sanità mi ero molto esposto in questa battaglia e non avrei potuto accettare un dietrofront. Devo dire che il premier Berlusconi si schierò dalla mia parte e la legge andò in porto».

I non fumatori, abituati a tornare a casa con i vestiti e i polmoni impregnati di nicotina, la ringraziarono; ma anche tanti fumatori approfittarono per smettere. Oggi com'è la situazione?

«Purtroppo non c'è da stare allegri perché il fumo sta tornando, soprattutto tra i giovani e tra le donne. Oggi i fumatori in Italia sono il 22 per cento della popolazione adulta, ma rispetto all'anno scorso abbiamo riscontrato un aumento dell'uno per cento, soprattutto nella fascia tra i 17 e i 18 anni».

Come è possibile, dopo anni di divieti, di evidenze sui danni alla salute più le terrificanti immagini che compaiono sui pacchetti di sigarette?

«Purtroppo lo Stato ha abbassato la guardia, si parla sempre meno dei pericoli del fumo, mentre il condizionamento mediatico delle lobbies del tabacco continua imperterrito con modalità sempre più subdole. Spot occulti, griffe di moda, film. Abbiamo a che fare, purtroppo, con dei maestri della comunicazione e la politica, anziché riprendere la battaglia, a volte rema contro...».

In che modo?

«Un caso nel 2016 fu clamoroso, quando l'allora premier Matteo Renzi si recò in pompa magna a inaugurare, alle porte di Bologna, il nuovo stabilimento della Philip Morris per la produzione delle sigarette di nuova generazione. Renzi ebbe parole di elogio per l'azienda parlando di grandissimo intervento ed ebbe pure il coraggio di dire che il governo dava una spinta alla qualità della vita e alla ricerca».

Ma oggi lo Stato quali messaggi potrebbe aggiungere rispetto a tutto ciò che è risaputo sui danni del fumo?

«Le campagne di informazione devono continuare, anche perché in questi ultimi anni la ricerca ha messo in luce nuove evidenze soprattutto sui danni del fumo passivo, ad esempio come causa di angina pectoris e di malattie respiratorie croniche. Invece noto che anche il divieto di fumare nei luoghi di lavoro si è molto allentato».

Se fosse ancora ministro proporrebbe nuove sanzioni?

«Il modello dovrebbe essere quello dell'Australia che ha recentemente vinto la causa contro le lobbies del tabacco per la sua legge che vieta sui pacchetti di sigarette persino i marchi dei produttori».

In questi anni, in compenso, è dilagata la moda delle sigarette elettroniche. Un bene o un male?

«A me pare solo un business che non risolve il problema. È vero che con le sigarette elettroniche il danno si riduce, essendo assente la combustione. Ma si sta già dimostrando che questi dispositivi inducono a mantenere il vizio e chi ne fa uso, presto o tardi, torna alle sigarette tradizionali».

Ma le sigarette elettroniche sono davvero innocue?

«Per nulla, anche se ancora non esistono dati di ricerca. Non si inala catrame, è vero, ma quei vapori contengono metalli pesanti oltre alla nicotina. E comunque, lo ripeto, rimangono strumenti di assuefazione al fumo».

Nella sua famiglia c'è qualcuno che fuma?

«Una delle mie due figlie, contro il mio volere. Ma i padri, si sa, contano poco. Eppoi loro sono grandi...».

Hanno ereditato la sua grande passione per la medicina e la sanità?

«Nessuna delle due. Strano, no?».

Tra le sue vecchie battaglie c'era anche quella alle droghe leggere, che secondo lei hanno gli stessi effetti di quelle pesanti.

«Ne sono ancora convinto, e oggi vedo una situazione peggiorata rispetto al passato perché anche qui la repressione si è molto allentata. Oggi un ragazzino su dieci fuma cannabis, complice l'industria del tabacco che ha ormai anche introdotto sul mercato sigarette corrette con cannabinolo».

E le altre droghe?

«Una tragedia perché oggi la cocaina, che ha prezzi ridicoli rispetto al passato, è diventato un business gigantesco. Per non parlare della miriade di droghe chimiche prodotte nei laboratori e che vengono acquistate dai ragazzi per pochi euro e producono danni irreversibili. Lo Stato ha delle responsabilità, come pure le famiglie».

Mancano i controlli o la cultura?

«La repressione verso lo spaccio è più blanda, ma un problema altrettanto grave è che oggi spesso i ragazzini si ritrovano, come modello, genitori più immaturi di loro. Merito, si fa per dire, del Sessantotto».

A proposito, lei nel 2005 ha dato l'addio alla politica. Qualche rimpianto?

«No, anche se mi piacerebbe ancora dare qualche contributo esclusivamente tecnico. Ma la politica fatta sui social network come avviene oggi la trovo piuttosto imbarazzante. Le istituzioni facciano le istituzioni».

Dieci anni fa lei scrisse un libro intitolato «Spunti per una sanità migliore». Vede una situazione migliore o peggiore di quando lei era ministro?

«Nel recente passato il Servizio sanitario ha fatto buoni passi, ma oggi continua a essere tradito lo spirito di una riforma che dovrebbe garantire uguali servizi e stessa qualità di cura per tutti i cittadini».

Se fosse ancora ministro cosa cercherebbe di correggere?

«Bisogna offrire al sistema pubblico più opportunità e meno regole, togliere potere agli economisti e agli amministratori e riportare la salute pubblica nelle mani dei sanitari».

Quali sono le aree più critiche?

«Andrebbero corretti i difetti più gravi che sono: le differenze tra le aree del Paese in termini di quantità, qualità e costo dei servizi; le diversità tra chi può pagare per ridurre l'attesa dei servizi e chi non può; la libera professione dei medici ospedalieri e i ticket che rendono i servizi non più gratuiti. E poi aggiungerei la carenza di aggiornamento del personale sanitario».

La natalità è quasi zero e gli ospedali sono gremiti di anziani. La sanità come sta gestendo questa situazione?

«È un problema cruciale che può essere affrontato solo mettendo a punto un chronic care model applicato nelle varie aree del Paese. Oggi la cronicità riguarda il 70 per cento delle patologie ma, tranne rare eccezioni come in Lombardia, manca un programma di integrazione e continuità di cura tra ospedale e territorio».

Ma il sistema pubblico ha le risorse per farsi carico di tutto ciò?

«Cominciamo a dire che l'Italia investe nella salute e nell'istruzione appena il 6,5 per cento del Pil, mentre la media Ocse è del 10 per cento. Parte di questi investimenti dovrebbero essere incanalati nella prevenzione a basso costo, quella relativa a malattie sociali e croniche come diabete e patologie cardiovascolari. Ma la prevenzione non dà risultati immediati e ai politici, ahimè, non conviene».

A proposito di prevenzione. Ci furono grandi polemiche dopo il decreto sulle prescrizioni. Il messaggio ai medici era: basta esami se non sono strettamente necessari.

«Che si prescrivano troppi esami inutili è vero e sacrosanto».

Ma come, per anni ci hanno assillato con gli screening di massa e la diagnosi precoce, e adesso la sanità fa marcia indietro?

«Un conto sono gli esami clinici che fanno veramente prevenzione: mi riferisco ad esempio al pap test, alla mammografia, o al test per lo screening del tumore del colon. Altra cosa è bombardare l'opinione pubblica con continui test di qualunque tipo, anche invasivi».

Così però il pubblico si disorienta...

«Io dico che ogni persona è un mondo a sé, e questo tipo di valutazioni deve tornare al giudizio del medico di famiglia che conosce il suo paziente. Gli esami di laboratorio non sono una scienza esatta, possono sbagliare o dare indicazioni che mandano il paziente fuori strada e magari gli rovinano la qualità della vita, perché si rischia di entrare in un tunnel senza fine».

Ma gli esami del sangue vanno fatti o no?

«Certo, ma farli continuamente non serve a niente. Se una persona sa di avere il colesterolo alto è meglio che cambi stile di vita e che il medico gli prescriva dei farmaci, se è il caso. Ripetere le analisi sei mesi dopo è perfettamente inutile».

E il PSA per la prevenzione del tumore della prostata?

«So che gli urologi mi odieranno, ma non è un esame che dà vere certezze e una variazione dei valori non indica necessariamente la presenza di una patologia. Ripeto, l'ultima parola spetta solo al medico, altrimenti si creano più danni che benefici».

La sua Associazione ha come logo l'occhio di Ra, divinità egizia che simboleggia salute, benessere e fecondità. Qual è il segreto per stare bene?

«Fare una vita sana ovvero mantenere un peso corretto, fare attività fisica, non fumare, non drogarsi, non eccedere con cibi e alcolici. La vera prevenzione è questa, non fare esami in continuazione. E invece passi davanti ai locali e vedi gente che mangia e beve a tutte le ore del giorno e della notte. E poi va fuori a fumare».

È vero che ha un «conto aperto» con i cani?

«No, mi sono simpatici come tutti gli animali ma trovo intollerabile che i padroni li portino in giro senza museruola e a volte senza guinzaglio. Ogni anno causano migliaia di incidenti, soprattutto a bambini e anziani».

Un'altra sua storica battaglia è stata quella sui trapianti, 40 anni fa fondò il primo coordinamento nazionale, e diede il via alla legge sulla donazione.

«Eravamo il fanalino di coda per i trapianti mentre oggi siamo primi in Europa per numero di interventi. Anche qui ci furono grosse barriere culturali, come il pregiudizio sulla morte cerebrale che dà diritto alla donazione da parte della famiglia».

Su questo tema lei produsse anche un film che andò al Festival di Venezia, intitolato «E la vita continua».

«Racconta la storia di due destini che si incrociano, quello di Lorenzo, un giovane laureato che perde tragicamente la vita in moto, e quella di Attilio, un attore che soffre di una grave malattia al fegato. Nel tramonto di Lorenzo c'è una nuova alba per Attilio che gli sarà eternamente grato per un gesto che regala la vita».