Ho smascherato Nicolai Lilin, il maleducato siberiano

C’è educazione e educazione. Nicolai Lilin, Nico per gli amici, ha dato un ampio saggio della propria, martedì notte nel corso del programma televisivo Chiambretti Night, su Italia Uno. Chi scrive ha avuto un contraddittorio sul piccolo schermo con l’autore del romanzo cosiddetto autobiografico Educazione siberiana pubblicato l’anno scorso da Einaudi con vasto e strombazzato lancio commerciale, ed entusiastica mega-recensione di Roberto Saviano su Repubblica. È una storia vera, si è detto, una storia di criminali dodicenni che imparano il codice della mala dai padri e dai nonni. Sull’autenticità della narrazione, che per il suo carattere trucido ed esotico ha attirato una folta schiera di lettori, avevano dubitato in parecchi, compresi alcuni giornalisti e studiosi di cose russe che hanno fatto il viaggio fino nei luoghi citati senza trovare traccia di quanto raccontato da Lilin. Gli «Urca» siberiani, deportati al confine con l’Ucraina, nello strambo stato della Transnistria, non sono né un’etnia né un popolo, al massimo una piccola comunità fra le tante nel variegato e confuso mosaico dell’ex Unione Sovietica. Il romanzo sembra I ragazzi della via Pal in versione splatter, con i coltelli al posto delle fionde e gli sbudellamenti all’ordine del giorno. Se Nico avesse commesso tutto quello che racconta, sarebbe un soggetto ad alta pericolosità sociale, invece oggi è un cittadino italiano, vive a Cuneo ed esercita l’inquietante professione di tatuatore. Ma guai a dubitare della sua parola.
È quasi un miracolo che la tv si occupi ancora di libri. Lo fa in genere all’ora dei vampiri, quasi se ne vergognasse. Piero Chiambretti però, sulla storia e il personaggio di Nico aveva deciso di puntare e la volontà di credergli sarebbe forse rimasta salda se il Nostro non avesse cominciato, fin dalle prime battute, a perdere la Trebisonda. Dopo le prime chiacchiere di riscaldamento, venendo al dunque, cioè alle critiche che gli abbiamo sommessamente rivolto, il tatuatore siberiano (che però è cresciuto a tremila chilometri dalla Siberia) si è reso conto che la sua credibilità di delinquente rischiava d’indebolirsi e ha assunto quello che nelle intenzioni forse voleva essere un atteggiamento da criminale incallito, ma che è sembrato più lo scatto di nervi di un teppistello colto sul fatto. Nell’ordine: 1) Ha augurato allo scrivente di arrivare a campare fino a cinquant’anni (non manca molto). 2) Gli ha notificato un non meglio definito «servizio completo». 3) Ha comunicato un perentorio e inappellabile disprezzo per i giornalisti. 4) Se l’è presa col conduttore, criticando la trasmissione, una scheda esplicativa non di suo gradimento e addirittura le luci dello studio («sembra un interrogatorio del Kgb»). L’effetto, lungi dall’intimidire, è stato esilarante. Chiambretti lo ha preso in giro con esperta eleganza, non risparmiandogli un paio di frecciate, come «montatura» e «fiction», vale a dire finzione, vale a dire panzane. Il povero siberiano di Cuneo ne è uscito un po’ malconcio. Meglio così, però. Ma che se ne fanno, all’Einaudi, di un criminale vero?
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