HOBBES Tutti per uno un «Leviatano» per tutti

Torna il capolavoro del filosofo inglese uscito a Londra nel 1651. La prima opera politica dell’età moderna che attua una rivoluzione newtoniana del vivere civile

Nella parte superiore si erge un gigante incoronato, visibile a mezzo busto dietro alcune colline che sovrastano una grande città. Il corpo e le braccia sono composti da tanti piccoli individui ammassati; nella mano destra regge una spada, in quella sinistra un pastorale vescovile. Più in basso si incontrano una serie di immagini e simboli contrastanti che rinviano, da un lato al potere temporale e militare, dall’altro all’ordine spirituale ed ecclesiastico: un forte e una cattedrale, una corona e una mitra, un cannone e le folgori della scomunica, una battaglia equestre e un concilio curiale, e così via.
Nella sommità, sopra la testa del gigante, si legge un’iscrizione sufficientemente eloquente: «Non est super terram potestas quae comparetur ei» (Non esiste sulla terra potenza che possa essergli paragonata), passo tratto dalla vulgata latina del libro di Giobbe (41,25), in cui Dio, indicandogli il mostro terracqueo denominato Leviatano, gli mostra i segni della sua potenza.
È il frontespizio originale di un libro intitolato Leviathan or the Matter, Forme, and Power of a Commonwealth Ecclesiastical and Civil. Il suo autore è Thomas Hobbes, ed il testo esce a Londra nel 1651 quando ormai il potere è saldamente nelle mani di Oliver Cromwell, che lo ha conquistato dopo aver portato sul patibolo il secondo sovrano della dinastia Stuart, Carlo I. L’Inghilterra attraversa un periodo di torbidi violenti e sono gli anni di un’effimera Repubblica che non sopravvivrà alla morte del suo Lord Protettore.
Immortale sarà invece la fama che questo libro regalerà al suo autore. Da oltre tre secoli e mezzo lo si considera la prima opera politica dell’età moderna compiutamente laica e, nel contempo, sistematica e razionale, secondo l’attitudine dei migliori prodotti intellettuali del Seicento. Con essa Hobbes - lui stesso in possesso di una notevole erudizione matematica e geometrica, e decisamente avvinto dal meccanicismo naturalistico - avrebbe realizzato una sorta di rivoluzione newtoniana nella sfera del potere civile.
Ma a quale causa politica si votò il «gemello della paura», che la tradizione vorrebbe nato prematuro, nel 1588, a causa dello spavento subìto dalla madre alla notizia dell’arrivo dell’Invincibile armata spagnola? Quella dell’assolutismo, senza ombra di dubbio.
Hobbes ne è uno dei maggiori teorici, intendendo con questo termine quella forma di governo in cui la potestà di comando del sovrano è «assoluta», senza residui di libertà per i sudditi. Nelle sue opere Hobbes segnala la necessità di un’autorità in grado di mettere ordine nel mondo degli uomini, altrimenti destinati a combattere un’eterna guerra di tutti contro tutti dettata dall’egoismo che è insito nella natura umana. Sul piano speculativo immagina così che gli uomini abbiano siglato un comune patto associativo per dotarsi di un sovrano, a cui cedere ogni potere, per far sì che li protegga e, in sostanza, garantisca loro l’esistenza.
Questo compito non potrebbe essere assunto da altri che dal Leviatano, cioè da una «persona artificiale» appositamente costituita e dotata di una forza schiacciante. Nel famoso capitolo XVI del Leviatano lo Stato è descritto come un’entità personale che agisce per conto dei sudditi attraverso la «finzione» della rappresentanza e dell’autorizzazione preventiva, assegnando all’autorità il ruolo di «attore» e ai sudditi quello di «autore» di quelle stesse azioni: a questo punto la macchina dell’assolutismo giunge a perfezione, e non si può dare non solo la rivolta, ma neppure il dissenso dei governati, pena la dissociazione da se stessi. Hobbes ammette un’unica eccezione nell’eventualità in cui il potere costituito non sia più in grado di garantire la vita dei sudditi: in questo caso il loro patto di subordinazione è sciolto e divengono liberi di darsi un nuovo sovrano.
In altri termini, Hobbes disegna un’obbligazione all’obbedienza civile a tutto tondo, in cui sono riconoscibili almeno tre dimensioni: una antropologica, data dalla naturale competitività umana e dall’insufficienza della legge di natura a regolare i comportamenti; una giuridica, in cui ai diritti naturali si sostituiscono le leggi positive dotate di coercività; una teologica, perché il principio del pacta sunt servanda, cioè l’obbligo morale di rispettare gli accordi, è proprio del diritto naturale e, in definitiva, della legge divina secondo la cultura del tempo.
In queste pagine è percepibile il clima sociale dell’Inghilterra del Seicento, che ha conosciuto la Riforma e il Calvinismo puritano al prezzo della guerra civile. Hobbes, guardando da Parigi alle vicende del suo Paese, giunse alla conclusione che non restava che mettersi nelle mani del più forte, il quale avrebbe avuto almeno la possibilità di rendergli salva la vita (a giudizio dei maligni il suo non era altro che il tentativo di legittimare Cromwell per ritornare finalmente a casa, come in effetti fece nell’inverno di quello stesso 1651).
Presso Laterza esce ora la nuova edizione del Leviatano curato da Arrigo Pacchi, noto nell’ambito della critica hobbesiana per la sua tendenza a privilegiarne la componente teologico-politica (Il Leviatano o la materia, la forma e il potere di uno Stato ecclesiastico e civile, in collaborazione con Agostino Luppoli, pagg. 624, euro 26). Questa traduzione è costruita sulla base della migliore edizione anglosassone, quella curata nel 1968 dal politologo canadese Crawford B. Macpherson, che riproduce la Head edition del 1651, puntualmente riscontrata con la versione latina del 1668.
Vale la pena di ricordare che le traduzioni italiane del Leviatano non sono molte, ma ciascuna, a suo modo, ha fatto storia: la prima in assoluto è quella uscita nel 1912, a cura di Mario Vinciguerra, sempre per Laterza, inserita nella collana «Classici della filosofia moderna», all’epoca diretta da Benedetto Croce e Giovanni Gentile. Nel 1955, per la cura di Roberto Giammanco, è apparsa l’edizione della opere politiche di Hobbes nella prestigiosissima collana «Classici della politica» della Utet, fondata da Luigi Firpo. È solo del 1976 la prima traduzione integrale del Leviatano, ad opera di Gianni Micheli per La Nuova Italia di Firenze. La prima edizione della traduzione diretta da Arrigo Pacchi e affidata a Maria Vittoria Predaval, Riccarda Rebecchi e Agostino Luppoli è invece uscita nel 1989, poco prima della scomparsa del suo curatore.
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