Gli hooligans a Bisanzio e Cicerone come Mastella

I lettori di questo delizioso e stravagante volume di Siegmund Ginzberg, Risse da stadio nella Bisanzio di Giustiniano (Rizzoli, pagg. 405, euro 19) sono richiesti subito di un favore: di non gettarsi nelle sue pagine a capofitto, ma piuttosto di centellinarle. È meglio andare lenti, vagabondando, soffermandosi su certi particolari, tornando indietro, sottolineando, riprendendo la strada.
Che libro si ha di fronte? Non è un romanzo, e propriamente non è neppure un saggio. È una sorta di zibaldone dove un giornalista colto e spiritoso legge le notizie di ieri con gli strumenti di oggi, e quelle di oggi con il sapere di ieri. La storia si ripete, e non è detto che la tragedia si ripeta come farsa o viceversa. Talvolta ciò che è farsesco e ciò che è tragico rimangono tali, talvolta si mescolano sino a far pensare che sia un eterno grottesco a governare le cose degli uomini. Il passato sembra aiutare a leggere il presente, o almeno a renderlo meno asfittico, meno appiattito. E su tanti temi possiamo seguire Ginzberg, centellinando il suo volume, per vederne non banali parallelismi tra il passato e quello che la lettura di un quotidiano oggi ci mette quotidianamente sotto gli occhi.
TIFO CONTAGIOSO, ANZI MORTALE
Non crediamo che gli eccessi del tifo sportivo siano propri dei nostri tempi violenti. Nel 532 dopo Cristo, a Bisanzio, fanno il bello e il cattivo tempo le fazioni di tifosi all’ippodromo (luogo che per tutta l’antichità tiene il luogo dello stadio di calcio oggi). I principali contendenti sono gli Azzurri e i Verdi; ma ci sono anche i Rossi alleati dei Verdi, e i Bianchi che si dividono tra l’appoggio a entrambi. Le differenze tra loro, al di là del colore della casacca, non si conoscono. Sono aggressivi per amore dell’aggressività. Tanto che un giorno l’imperatore Giustiniano deve intervenire per sedare i torbidi. Restano sul terreno trentamila morti. Le risse di oggi, al confronto, sembrano piccoli attacchi di mal di denti.
LA MACCHINA DELL’ANTISEMITISMO
Tema che oggi non cessa di destare apprensioni. Ma c’è dell’antisemitismo impensabile, che non fa più notizia perché è stato abilmente occultato, ed è quello nientemeno che di Henry Ford, uno dei padri dell’industria moderna, uno, racconta Ginzberg, che fu letto e ammirato da Hitler, che credette ciecamente al falso dei Protocolli dei Saggi di Sion. Chissà se il filosofo Vattimo, tentato recentissimamente di crederci lui pure, gradisce la compagnia.
POCA GIUSTIZIA E TANTA POLITICA
Cicerone, per noi, resta il padre dell’umanesimo occidentale. Ma, bisogna pur ricordarlo, era anche un avvocato e fece una carriera politica non particolarmente brillante. Perché difese Aulus Cluentius Habitus? Era un giovane accusato di aver ucciso il patrigno dalla madre stessa, un tipo equivoco, pieno di guai giudiziari sino al collo. Però era anche un ricchissimo esponente della classe degli equites, dei cavalieri, decisiva negli equilibri politici del tempo. Cicerone voleva poter contare sull’appoggio di questa classe per ottenere le cariche cui ambiva. Dunque patrocinò Cluentius, e con una tecnica difensiva spregiudicata riuscì a farlo assolvere. Grande sulla scena di Roma, ad Arpino, suo paese natale, piazzò in cariche diverse il figlio, il nipote, il figlio del suo migliore amico. Ceppaloni non esisteva ancora, scrive Ginzberg. Esiste però, mi chiedo io, una mastellaggine eterna, connaturata al far politica sul territorio, come si usa dire oggi?
DRAMMATICA SCENEGGIATA
Come è drammatica e comica, sempre, la verità di Napoli. «Napule, n’ora ’e gusto e ciento ’e guaie, bella città!». Questo è il grande Roberto Murolo che canta. E c’è tutto. Ma Ginzberg la prende più alta, cita Domenico Rea, e mostra come quello che scriveva nel 1973, l’anno del colera, sulla città di trent’anni prima, sia tanto più attuale oggi. C’è una Napoli vera e una immaginata, cantata, pubblicizzata, c’è una Napoli reality, e una Napoli show. È facile saltare la virgola e la congiunzione, e dire che la città del Vesuvio oggi è un reality show, che recita la propria tragedia vera con i toni esuberanti (e talvolta laidi) della sceneggiata. Facciamo i conti. Trent’anni prima del 1973 era il 1943, l’anno più terribile della nostra storia. Allora trecentomila napoletani uscivano di casa al mattino per cercare qualcosa da fare, per «buscarsi» la giornata. Oggi un numero ancora maggiore esce di casa in mezzo al tanfo e alla vergogna della munnezza e dello spadroneggiare orrendo della camorra.
TRAVIATI DALLE LACRIME
Che cosa resta di Violetta? Sì, quella di «libiam nei lieti calici», quella della Traviata. Lei è la rovinafamiglie per eccellenza, contro la quale si leva la voce del moralista più ipocrita, il padre di Alfredo, quel Giorgio Germont che con l’aria più grave e ragionevole fa prevalere la legge di un decoro tutto esteriore ma soprattutto dell’interesse materiale su quella dell’amore. Così Violetta muore, e la sua storia fa ancora versare qualche lacrima oggi, nel tempo del family day.
AYATOLLAH, I NUOVI DRUIDI
Prima Cicerone, poi Cesare. Il grande condottiero scriverebbe oggi un De bello irakeno? Ginzberg intelaia i parallelismi con qualche acrobazia intellettuale.I Druidi sono gli ayatollah. Il cupo Ariovisto è Saddam Hussein. La primula celtica inafferrabile, Ambiorige, è Bin Laden. Si potrebbe discutere, ma si è talmente presi dal divertimento che si rinuncia. Cesare grande giornalista? Finora giganteggiava nelle storie della letteratura. Ma si sa, la letteratura non è in buona salute, di questi tempi...
DALLA GIUDEA ALL’IRAK
La Giudea fu l’Irak dei Romani. Si trovavano in Palestina fondamentalisti come gli Zeloti e i Sicari, adepti a sette come gli Esseni, i Farisei, i Sadducei, i Samaritani. Nasce lì l’idea del martirio per la propria fede, non necessariamente religiosa, ma anche politica, nazionalistica.
NERONE È UNO SPETTACOLO
Con buona pace di Guy Debord, il vero inventore della società dello spettacolo è Nerone. Esteta al potere, Nerone merita qualche rivalutazione agli occhi di Ginzberg. Forse i suoi detrattori, Svetonio, Tacito, Dione Cassio, hanno esagerato. E Seneca? Questo grandissimo uomo «di sublime duplicità», perché non riuscì a educare davvero il suo discepolo e a imporgli le vie del bene? Forse perché troppo impegnato a diventare ricco? Seneca possedeva un patrimonio di 65 milioni di denari (i famosi 30 denari erano allora uno stipendio mensile più che dignitoso). Un quinto, forse, delle entrate dello Stato romano. Possedette tali ricchezze, ma, testimonia Tacito «non provò mai passione per esse». Si potrà dire lo stesso per Warren Buffet, per i miliardari in dollari e in euro di oggi?
CI PENSA BRUNETTO NOSTRO
Non fa uno strano effetto che un termine così sia entrato di prepotenza nelle cronache economico-politiche di oggi? Andiamo dunque alla fonte per saperne qualcosa di più, e scopriamo che Tesoretto è il nome con cui fu conosciuta l’opera enciclopedica di Brunetto Latini, notaio, retore, avvocato d’affari dell’epoca di Dante, che lo rende immortale celebrandolo, sia pur nel girone dei sodomiti. Qui Ginzberg ci va un po’ giù duro. Il Tresor di Ser Brunetto come Wikipedia? Dante un maestro di invettive, e sin lì va bene, ma proprio «opinionista»? Insieme alla Parietti e a Platinette? Ma non è l’autore della Divina Commedia? Almeno per lui niente talk-show, per favore...