HOSSEINI «Vi racconto l’Afghanistan al femminile»

Perché un libro ha così successo? Qual è la formula segreta per conquistare la mente e il cuore dei lettori? «Rivela i tuoi segreti al vento, ma non lamentarti se lo dirà agli alberi», diceva il saggio poeta e filosofo Khalil Gibran. Non è propriamente di questo avviso Khaled Hosseini, autore de Il cacciatore di aquiloni (Piemme), per il quale il trionfo del suo libro non è dovuto a chissà quale alchimia segreta da rivelare o meno ai quattro venti, bensì alla capacità di cogliere l’essenza della natura umana per ciò che è. Tout simplement. E lo dice pacato e sereno come se fosse la cosa più ovvia. («È una formula classica, con una serie di ingredienti azzeccati»). Intanto sono sette i milioni di copie vendute nel mondo, uno in Italia, Paese notoriamente poco incline alla lettura, per un romanzo che è diventato anche soggetto di un film che la Dreamworks di Steven Spielberg sta preparando e che uscirà nelle nostre sale nei primi mesi del 2008. In breve, un miracolo editoriale che ha fatto sognare mezzo mondo. E ora è in arrivo il prossimo.
Suvvia Hosseini, è davvero tutto così semplice?
«Non è facile dire perché un libro abbia successo. Non ci sono chissà quali trucchi o ricette segrete. Quando scrivo affronto temi universali come l’amore, la perdita, il vuoto affettivo, la gelosia, il dolore, la colpa, la speranza, il riscatto, il perdono, i conflitti interiori, l’abnegazione, l’eroismo e così via. Scrivo di sentimenti e di emozioni che gli esseri umani provano a tutte le latitudini, dunque è comprensibile che s’inneschi un processo di immedesimazione. Se tutto questo poi si colloca in un Paese remoto di cui si sa poco, lacerato da conflitti e tragedie reali, le suggestioni si amplificano e la fantasia corre».
Hosseini è nato a Kabul nel 1965, figlio di un diplomatico e di un’insegnante. Nel 1980, dopo l’arrivo dei russi, ha ottenuto asilo politico in Usa, trasferendosi con la famiglia a San José, in California, dove vive tuttora con la moglie e i due figli alternando l’attività di medico a quella di scrittore. Il suo secondo libro, Mille splendidi soli (Piemme, pagg. 434, euro 18,50, traduzione di Isabella Vaj) - uscirà in contemporanea mondiale il prossimo 22 maggio.
Anche questa volta lo scrittore che fin da bambino passava ore e ore a leggere letteratura persiana e traduzioni di romanzi occidentali, ripercorre la storia dell’Afghanistan messo in ginocchio dagli eventi negli ultimi trent’anni; un periodo storico che fa coincidere con le vite dei suoi personaggi, tra cui Leila, nata a Kabul la notte della Rivoluzione, nell’aprile del 1978, e Mariam, di lei maggiore.
Due donne dalle vite difficilissime di chi ha avuto la malasorte di nascere nel posto sbagliato è nel momento sbagliato. E poi scorrono parallele le esistenze minute di uomini e donne che in base agli eventi si trasformano da vittime in aguzzini e viceversa nell’eterno alternarsi di Bene e Male che invita il lettore alla pietas nonostante l’indignazione che prova di fronte alle nefandezze di cui il genere umano è capace.
Afghanistan, Kabul, i signori della Guerra (o meglio i tofangdar, i cosiddetti fucilieri). E ancora: i sovietici, i talebani, il crepitío delle armi automatiche, le montagne dove si caricano i kalashnikov, le ostilità tra le varie fazioni dei mujahidin che costringono i civili inermi e terrorizzati a scappare; la fazione di Hekmatyar e le forze di Massud che non smettono di combattersi con lanci e razzi che sfrecciano nel cielo; le strade disseminate di cadaveri, le macerie; gli scempi compiuti sulle donne costrette a indossare il burqa, a tacere e sopportare in silenzio le prepotenze del marito, come la povera Mariam, l’illegittima, la bastarda, dimenticata dagli uomini e da Dio, una vita di sottomissione che vale meno di mezzo soldo bucato.
Lei è arrivato in Usa negli anni Ottanta, a 15 anni. I suoi ricordi risalgono quindi a un periodo pre-sovietico dell’Afghanistan. Quanto c’è di reale in questo suo ultimo romanzo?
«Ci sono certamente i miei ricordi d’infanzia a Kabul, ma c’è anche una buona parte di ricostruzione e di rigorosa documentazione. Nel 2003 sono stato in Afghanistan, ho parlato a lungo con le persone, ho ascoltato le loro storie, le loro vicissitudini, le loro esperienze con i talebani e con i sovietici; ho chiesto loro come si svolgeva la loro vita. Attraverso le loro testimonianze ho potuto realizzare questo libro».
I suoi personaggi femminili vivono in una condizione inammissibile per noi occidentali. Leggendo si prova un’indignazione pura.
«Quella dei diritti femminili in Afghanistan è una battaglia che alterna fasi di apertura a fasi di chiusura totale. Kabul è comunque molto diversa dal resto del Paese, le donne qui lavorano normalmente e partecipano alla vita pubblica. Diversa è la situazione in alcune aree del Paese, dove da secoli vivono emarginate e senza diritti».
Una delle sue protagoniste dice che il burqa in fondo non è poi così male, che la fa sentire protetta...
«Personalmente sono contrario al burqa. Trovo che coprire il volto in quel modo sia terribile per una donna. Tuttavia il burqa è interessante perché rappresenta un simbolo complesso su cui discutere. Anche se mi sembra che in Occidente ci si concentri troppo su questo argomento. Ritengo che in Afghanistan ci siano questioni ben più urgenti da affrontare: bombe che esplodono, mancanza di cibo, bambini denutriti, problemi di sopravvivenza».
Come sono le giovani afghane che oggi vivono in Usa?
«La comunità afghana negli Stati Uniti è direi family oriented. Esiste tuttavia un forte gap generazionale. I genitori sono più tradizionalisti e legati al Paese d’origine che è decisamente “famigliocentrico”: ci sono i clan, ci si sposa tra cugini e si vive molto in famiglia. Lontani dal Paese di origine e dal contesto strettamente famigliare, le giovani donne in Usa, ma anche i ragazzi, si adattano agli usi e ai costumi della società di accoglienza».
Meglio o peggio?
«Come in tutte le cose, ci sono vantaggi e svantaggi. Un eccesso di tradizionalismo che vede la donna segregata è inammissibile ma anche un eccesso di emancipazione può portare a degli squilibri».
Dunque, evviva il compromesso?
«Il compromesso va bene, ma senza escludere gli ideali. Per avviare un dialogo bisogna avere un atteggiamento di apertura da ambo le parti. Chi rimane arroccato sulle proprie posizioni difficilmente consente che ciò avvenga. In Afghanistan è molto difficile adottare la filosofia del compromesso».
Tornerebbe a vivere in Afghanistan?
«Non lo so, forse fra vent’anni. Adesso devo rimanere qui, ho una responsabilità nei confronti dei miei figli. Comunque mi occupo molto del mio Paese, tengo i contatti e mi batto per aiutarlo come posso».
Nel 2006 Hosseini è stato insignito del UNHCR Umanitarian Award da parte dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati per l’impegno a favore di bambini rifugiati.
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