Hotel Savoy, l'incanto va all’incanto

Da oggi a giovedì all’asta oltre tremila "pezzi" del famoso albergo londinese che è stato la casa confortevole dei grandi del ’900

Londra - Si dirà: «In fondo è soltanto l’asta di un albergo, non è la prima, non sarà l’ultima». Ma l’anziano gentleman che un po’ a fatica mi precede lungo le sale dove si allineano qualcosa come tremila lotti, dai sofà ai candelabri, dai tavolini alle poltrone, dalla biancheria agli specchi, alle consolles, ai parquet, non è dello stesso avviso.

Catalogo alla mano cerca una piccola libreria in palissandro di stile edoardiano, valutazione di base 6mila sterline. Durante i bombardamenti di Londra, sessanta e passa anni fa, la sua famiglia, mi spiega, andava lì, nelle cantine dell’hôtel trasformate in rifugi antiaerei. La libreria era nel corridoio del quarto piano e al mattino lui tornava a rimettere a posto il romanzo che il giorno prima aveva preso in prestito. «Da ragazzo, durante quei coprifuoco, ho letto tutto Dickens. Leggere Dickens, al Savoy, sotto le bombe. Cosa c’è di più inglese, signore? Mi creda, questa non è un’asta, è un funerale. Se ne va una parte di noi stessi».

Fosse ancora vivo Nöel Coward, il commediografo principe dei roaring Twenties, sarebbe d’accordo. Negli anni della guerra trasformò il Savoy in abitazione, dopo che le bombe tedesche gli avevano distrutto lo studio. Omosessuale discreto, il ricordo più vivido che ha di quel periodo è l’immagine di Stephen Tennant, suo amico ed esteta, mentre scende lo scalone del Savoy, per poi infilarsi in cantina, perfettamente truccato e «con la più affascinante vestaglia mai indossata da essere umano». Negli anni Sessanta, durante le 250 repliche consecutive di Sail Away, Coward ci tornò ogni sera per cenare, una bouillabaisse e un bicchiere di Sancerre, nel Grill che se ne sta stretto come un sandwich fra le suites residenziali e la lobby.

Al Grill scoppiò l’amore fra Laurence Olivier e Vivien Leigh, al Grill erano di casa il poeta Siegfried Sassoon, il romanziere William Somerset Maugham, che si portava dietro il suo Martini preparatogli dal barman George Craddock, Greta Garbo nascosta sotto un sombrero... Sì, ha proprio ragione quell’anziano gentleman: qui va all’asta un pezzo d’Inghilterra.

Qualunque ne sia il motivo, l’unica cosa che si può dire è che non è una questione economica. I tre giorni (da oggi a giovedì) organizzati dalla casa Bonhams dovrebbero portare un incasso di un milione di sterline, niente rispetto ai cento milioni che la catena Fairmont ha stanziato, da qui al 2009, per rifarlo da cima a fondo, al passo con i tempi, insomma. Andranno all’incanto gli arredi dell’Upper Thames Foyer e della Beaufort Room, del River Restaurant e del Parlour Bar, della Monet Suite, il trionfo déco di un’epoca e di uno stile, l’idea stessa, insomma, di un grande albergo.

Il perché vero probabilmente sta dietro a un’altra domanda. Che cosa fa di un uomo un gentiluomo? Già nel sentirla, a qualcuno scapperà un sorriso: gentiluomo è una parola così fuori moda, così old fashioned, che si è trasformata in una sorta di caricatura. Gentleman è un termine che oggi in Italia si usa tutt’al più nel linguaggio sportivo legato all’ippica... E quanto al termine «signore» che nel corso del tempo ha preso il posto della sua tradizione letterale, ormai viene sarcasticamente usato come fosse un’offesa. «Il signor X evidentemente ignora» si legge nelle polemiche a mezzo stampa: ovvero, «quel cafone non sa»... Quando alla fine dell’Ottocento César Ritz, il primo manager del Savoy e in seguito il creatore della catena alberghiera legata al suo nome, internazionalizzò l’idea del grand hôtel, i gentlemen, i signori, esistevano ancora e formavano un mondo e una cultura. Erano tali per un’educazione comune, perché avevano studiato nello stesso tipo di scuole, letto lo stesso tipo di libri, frequentato lo stesso tipo di posti, indossato lo stesso tipo di abiti, incrociato lo stesso tipo di persone. Erano una minoranza, naturalmente, ma non essendoci ancora il turismo di massa, nel mondo che viaggiava, non per dovere e non per necessità, erano maggioranza. Ed è sui suoi bisogni, sulle sue idiosincrasie, sulle sue aspettative che la ricezione alberghiera si modellò, ricreando luoghi che fossero caldi come una dimora di campagna, abitudinari come un club cittadino, efficienti come l’avere in casa un maggiordomo.

Quel mondo, si sa, è scomparso: l’hanno ucciso due guerre mondiali, la rivoluzione dei costumi, la massificazione sociale, la globalizzazione turistica. Oggi, in fondo, viaggiano, viaggiamo, tutti. Il che poi vuol dire che, per certi versi, non viaggia più nessuno, ma questo è un altro discorso... Il nostro, più semplicemente, vuol dire che in un secolo, circa, sono rimasti i grandi alberghi, ma è scomparsa la gente che li frequentava e li rendeva tali. Come superbi relitti del passato, i più antichi fra essi si sono dovuti adattare al nuovo che avanzava: finiti nelle mani di grandi gruppi finanziari, per essere competitivi hanno comunque dovuto ingrandirsi, standardizzarsi, accettare i pacchetti promozionali, eliminare una serie di decori e di codici comportamentali giudicati via via anacronistici, portare l’omologazione occidentale del lusso al suo massimo grado, inserendo una serie di optional in grado di soddisfare qualsiasi esigenza, capriccio, voluttà. Il cliente, così, continua a essere servito e riverito. Ma il gentleman, il signore, non abita più qui. Ed è per questo che gli va rifatto completamente, spietatamente, il look. Non è moderno, e ormai è incomprensibile.

Il Savoy Hôtel nacque nel 1889 dall’intuizione di Richard d’Oyly Carte, impresario del Savoy Theatre, e della più celebre coppia di autori-compositori dell’epoca, William Gilbert e Arthur Sullivan. Sognavano un pubblico-clientela che nell’uscire dal più famoso teatro londinese entrasse, pochi metri dopo, in un albergo fatto a sua immagine e somiglianza, bello, ricco di arte e di cultura. Il luogo scelto aveva tutte le carte in regola: era stato la dimora del conte di Savoy, duca di Richmond, la prigione di Giovanni II re di Francia, la casa dove Geoffrey Chaucer aveva scritto I racconti di Canterbury.
Al terzetto iniziale, espertissimo nel mettere in scena la teatralità e quindi la scenografia adatta a ospitare quel mondo di privilegiati, si unirono nell’impresa due figure d’eccezione. La prima è il già ricordato César Ritz, la seconda Auguste Escoffier, il cuoco a cui a fine Ottocento si deve la rivoluzione in campo culinario. Non più i cibi serviti tutti insieme, non più stoviglie esteticamente infelici, non più camerieri e chef malvestiti, eccetera. Escoffier insegnò agli inglesi a mangiare le rane, Cuisses de nymphhes aurore, è il loro nome ancora oggi sulla carta, tenne a battesimo i Tournedos Rossini e la Peaches Melba. Per Londra, va detto, fu una rivoluzione, perché la sua buona società era comunque molto particolare, priva dello charme italiano e della socialità francese o absburgica. Raramente cenava fuori casa, se non nei propri club in veste di invitato o di anfitrione, e se lo faceva era rigorosamente fra maschi. La prima donna a Londra ad accendere una sigaretta in pubblico sarà, nel 1896, la duchessa di Grammont, fresca sposa del duca di Clermont-Tonnerre. Naturalmente, al ristorante del Savoy.

Nella vetrinetta dei ricordi ci sono le schede di soggiorno relative a Fred Astaire e Katharine Hepburn, Marlene Dietrich e Josephine Baker... Da qui sono passati tutti, teste coronate e scrittori di genio, miliardari e latin lover, musicisti e pittori. Albergo delle meraviglie, ha la sua faccia nascosta e ancor più bella sul Tamigi. Ci andavano a dipingere James Whistler e Claude Monet: il Parlamento, il ponte di Charing Cross e quello di Waterloo come soggetti preferiti. Stavano al sesto piano, suite 610, e da quelle finestre si vede lo stesso panorama di allora. Il pesante scrittoio di mogano con i profili in metallo dorato che faceva parte dell’arredo va all’asta a partire da 1500 sterline.

Costruito come un susseguirsi di scatole cinesi, il Savoy si apre su una hall monumentale: colonne di marmo decorate in oro, lampadari déco a piramide, stucchi con i soggetti classici alle pareti. Subito dopo c’è il Thames Foyer, luogo deputato per il tè, con alle spalle la Palm Room, un giardino d’inverno in cui le palme se ne stanno in vasi scolpiti con amorini alla guida di cigni, che a sua volta introduce alla terrazza sul Tamigi vera e propria, il River Restaurant: il suo pianoforte bianco Steinweg verrà battuto a partire da 3mila sterline.
Sui lati del foyer è un susseguirsi di stanze di varia grandezza, dove si tengono banchetti privati, celebrazioni, parties. In una di esse, la Pinafore, nel 1911 Winston Churchill fondò il suo club personale, The Other Club: sedie in pelle, boiserie in mogano chiaro, puttini, ninfe e cupidi ai soffitti e alle pareti. Si vende tutto, anche qui. L’unico oggetto escluso dall’asta è Kaspar, il gatto di legno nero splendidamente disegnato dall’architetto Basil Jonnides. Al Savoy non si è mai in tredici a tavola: successe una sola volta, nel 1898, e ci scappò il morto, una magnate sudafricano, ucciso da un rapinatore una volta tornato in patria. Da allora a impedire il numero funesto fu messo a tavola, con tanto di tovagliolo intorno al collo e di cena servita dall’antipasto alla frutta, Kaspar. Quando l’albergo riaprirà, sarà tutto ciò che resta dello splendore di un tempo.