HUNTINGTON «L’immigrazione è la nostra sfida»

Il politologo autore di «Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale» affronta i nodi irrisolti di una società sempre più dominata dal melting pot

Nel libro Who are we? (La nuova America in italiano) lei sostiene che la vera minaccia all’identità americana non viene dall’interno ma dall’esterno, e precisamente dall’immigrazione, soprattutto quella clandestina proveniente dal Messico. Oggi ci sono, negli Stati Uniti, undici milioni di immigrati clandestini.
«Esatto. Oggi l’immigrazione è molto probabilmente il principale problema di politica interna che gli Stati Uniti devono affrontare, cosa che dimostra fino a che punto l’immigrazione (e mi riferisco ovviamente alle migrazioni dai Paesi poveri verso i Paesi ricchi) rappresenti una componente essenziale di ciò che normalmente definiamo globalizzazione».
Ma, in fondo, cos’altro è l’America se non un Paese di immigrazione?
«Gli americani effettivamente considerano gli Usa come un Paese di immigrati, il che in un certo senso è vero. Ma prima dell’immigrazione ci sono stati i coloni. Gli immigrati sono persone che si spostano da una società a un’altra, e la società di destinazione deve per forza essere già esistente. Dunque, chi ha creato i primi insediamenti in questa terra? Sono stati essenzialmente i coloni protestanti provenienti dall’Inghilterra e dalla Scozia. Con sé portavano la loro cultura, i loro valori e le loro idee sul sistema politico e di governo: idee e valori che sono tuttora incarnati e radicati nella nostra Costituzione, che risale al XVIII secolo e da allora è mutata solo in minima parte. Questa Costituzione ha sviluppato le idee dei coloni sulla limitazione dei poteri del governo, sul sistema di controlli e contrappesi e sulla tutela dei diritti civili. Com’è noto, nel corso degli ultimi due secoli negli Stati Uniti sono arrivati milioni di immigrati, inizialmente soprattutto dall’Europa, poi anche dall’Asia e ora dall’America Latina. In passato, questi immigrati assimilavano la cultura americana, adottandone i valori e lo stile di vita. Potevano occorrere una o due generazioni, ma il risultato finale era l’assimilazione».
I messicani, invece, rappresentano una minaccia?
«Mi rifiuto di usare la parola “minaccia”. Preferisco il termine “sfida”, perché l’immigrazione messicana è diversa da quella che ho appena descritto. Dopo tutto, gli immigrati di una volta dovevano attraversare 3.000 miglia di oceano per arrivare in America dall’Europa o dall’Asia. Ai messicani basta guadare un fiume o oltrepassare una linea immaginaria nel deserto. Insomma, questo impressionante numero di immigrati che proviene da un Paese confinante, con il quale condividiamo 1.500 miglia di frontiera, è per noi un’esperienza senza precedenti. Sebbene ora la situazione stia cambiando, all’inizio i messicani erano concentrati soprattutto nel sudovest degli Stati Uniti: California meridionale, Arizona e New Mexico. Alcune zone e alcune città di questi Stati hanno ormai una popolazione prevalentemente di lingua e cultura messicana. In passato, gli immigrati provenienti dall’Europa e dall’Asia si insediavano nelle grandi metropoli dell’East coast, del Midwest e della West coast, e si concentravano in aree etnicamente omogenee: ma si trattava pur sempre di quartieri di dimensioni relativamente modeste all’interno delle grandi città. E normalmente la seconda generazione, desiderosa di conquistare una migliore posizione sociale ed economica, abbandona questi quartieri e si trasferisce nelle periferie residenziali, i cosiddetti suburbs: per motivi di lavoro e carriera, insomma, sono costretti ad abbandonare i vecchi quartieri etnici. Tutto questo fa parte del processo di assimilazione. Non so se, nel caso dei messicani, si stia svolgendo un processo di questo tipo. Spero di sì, ma ritengo che ci siano alcuni fattori - la vastità del numero degli immigrati, il fatto di provenire da un Paese confinante, la concentrazione in un’area particolare degli Stati Uniti - che lo rendono molto più difficile».
Una tesi di fondo dei suoi libri è che la sicurezza degli Stati Uniti non dipende dall’esportazione della democrazia, dei valori e delle istituzioni occidentali. L’amministrazione Bush, tuttavia, sembra pensarla diversamente.
«Non ho mai provato alcun entusiasmo per la politica di Clinton, di Bush e di altri presidenti che hanno proclamato di voler promuovere la democrazia. Non penso che sia possibile esportare la democrazia. Credo, piuttosto, che gli Stati Uniti possano e debbano offrire un certo livello di sostegno ai movimenti democratici presenti in altre società; ma quelle società diventeranno democratiche soltanto quando tali movimenti riusciranno a conquistarsi il consenso del proprio popolo, grazie al quale potranno assumere il potere e cambiare il sistema di governo».
A giudizio di alcuni, in questo momento storico si sta affermando un nuovo paradigma in politica estera, focalizzato non sulle linee di frattura fra le civiltà bensì sugli oleodotti. Thomas Friedman ha coniato l’espressione «petropolitica»: Lei ritiene che possa essere una valida alternativa alla sua tesi sullo «scontro delle civiltà?».
«Non credo che i due paradigmi siano necessariamente incompatibili e contrastanti. Inoltre, il petrolio, naturalmente, è una risorsa di cruciale importanza, ma questo non significa che le tendenze della politica internazionale possano essere riassunte dalla “petropolitica”».