I bersagli dei nuovi terroristi?Sono i poteri occulti, i tecnocrati

Il sociologo Sabino Acquaviva, studioso dell'eversione: "I movimenti mirano agli apparati di potere burocratico-scientifici. Defilatosi Berlusconi, si palesano i veri poteri occulti"

nostro inviato a Padova

"Io sono un acquaviviano". Si è sempre difeso così Sabino Samele Acquaviva, uno dei maggiori sociologi italiani, autore di saggi sulla religiosità e sul terrorismo fondamentali per la comprensione della società occidentale (dal citatissimo L’eclissi del sacro nella civiltà industriale a Guerriglia e guerra rivoluzionaria in Italia che spaventò persino Sergio Zavoli ai tempi de La notte della Repubblica, di cui Acquaviva fu il principale autore).

Ai tempi di Autonomia Operaia, quand’era preside della facoltà di Scienze politiche a Padova, quella di Toni Negri, gli davano del filobrigatista, dell’estremista, prima di sinistra poi di destra. Lui rispondeva in quel modo. Come fa anche oggi, ottantaduenne, quando gli dicono "ma lei è berlusconiano". Oppure, quando sentono il suo europeismo basato sulle macroregioni sul quale sta scrivendo un libro: "no, è filoleghista". "Dicano quello che vogliono, ci sono abituato. Non m’interessano le etichette, ma la formazione delle idee".


A proposito di idee lei è uno dei massimi studiosi del terrorismo. Negli ultimi tempi due ministri, Sacconi e la Cancellieri, hanno dato l’allarme su una possibile ripresa della violenza politica. E ora arrivano i pacchi-bomba alle banche e i proiettili ai politici. Che cosa ne pensa?
"Ci sono molte differenze tra le minacce e gli atti di questi giorni e ciò che accadeva negli anni ’70. Allora esistevano due classi sociali, la borghesia e il proletariato. E c’erano dei movimenti di contestazione strutturati, figli delle organizzazioni marxiste. Circa tre milioni di extraparlamentari producevano, all’incirca, trentamila contestatori violenti tra i quali tremila erano terroristi militanti. Oggi alla borghesia e al proletariato si sono aggiunte le caste e gli apparati. È vero ciò che dice Sacconi: ogni sistema produce al proprio interno forme rivoluzionarie e di contestazione. Ma ora i rivoluzionari di vecchio stampo sono defunti o prossimi al cimitero. E poi c’è un’altra differenza nella comunicazione: un tempo vincevano i tatsebao, oggi i social network".


Perciò non ci sono timori di colpi di coda violenti?
"Non nelle forme di allora. Per comprendere l’evoluzione in atto occorre saper interpretare il cambiamento, riconoscere le forme di contestazione e le loro tecniche, saper riconoscere il nemico. Oggi la contestazione proviene dalle leghe e dagli anarchici. Ma sono movimenti in formazione, poco strutturati. Che devono comprendere ancora i meccanismi delle caste identificare il vero nemico".


Fino a poche settimane fa era chiarissimo...
"Sì, ma era una semplificazione. Oggi che Berlusconi è defilato, sono venuti alla luce i reali meccanismi di controllo e gestione del potere. Si sta scoprendo che esiste un complesso sistema di apparati scientifici e tecnologici che è ben più pericoloso di una singola persona, per quanto potente. L’unica rivoluzione riuscita e duratura è quella tecnico-scientifica".


Può spiegarsi professore?
"Credo che coloro che decidono il futuro della società siano gli specialisti, i tecnici, gli scienziati, gli urbanisti. I politici, tutto sommato si adeguano e parlano...".


Quindi non è stupito che in Italia ma anche altrove la politica stia mostrando dei limiti nel governare la crisi mondiale?
"Non parlerei di crisi mondiale. Paesi come la Cina o l’India hanno un tasso di crescita dell’8-9 per cento. Dove esiste un buon livello di natalità non c’è crisi. Non parlo della finanza e delle borse, ma dell’economia reale, della produzione. La mancanza di sviluppo economico deriva dal calo demografico. Del resto, basta guardare alla nostra storia. Nel dopoguerra il boom demografico ha prodotto il boom economico. Era una società giovane, che guardava al futuro, nella quale nascevano industrie e fabbriche di continuo".


Oggi l’economia è cambiata.
"Le idee non mancano, certo. Manca la prospettiva. Nei nostri Paesi l’età media aumenta perché non si fanno figli. L’Europa è un immenso geriatrico. Iperbole a parte, non a caso il problema sul quale tutti si agitano è quello delle pensioni. Una società di anziani pensa alla pensione e non si preoccupa dei giovani, perciò del futuro. In America sono soprattutto i latini, i cinesi e i giapponesi a trainare l’economia. In Europa possono essere gli extracomunitari a alimentare lo sviluppo. Hanno energia, sono giovani: devono solo integrarsi con le culture dei Paesi che li ospitano".


I nostri intellettuali sono consapevoli di tutto questo?
"Non mi pare. In televisione e parliamo di tutto tranne che dei problemi veri. Se non ci accorgiamo che la leva giusta è il ringiovanimento della popolazione, sarà difficile trovare la via d’uscita".


L’Unione europea è in grado di ribaltare questa situazione?
"Questa Europa è un’unione monetaria, calata dall’alto, con un potere centrale debole. Una società in parte acefala non può che essere in crisi. Io credo nell’Europa dei popoli e non degli Stati, i quali fanno ognuno il proprio interesse. Nel Medioevo esisteva una lingua unificante, il latino, e tante lingue locali. Ed esistevano le macroregioni accomunate dalla storia e dalle tradizioni. Poi sono arrivati gli Stati nazionali che si sono sovrapposti alle tradizioni dei popoli a forza di guerre. Oggi la lingua unificante potrebbe essere l’inglese. Ma bisogna ripartire dalle grandi regioni. Anche la globalizzazione deve procedere tutelando i popoli e le lingue locali".