I caccia turchi bombardano il nord Irak

da Istanbul

Dopo gli avvertimenti, la Turchia passa ai fatti. Ieri mattina sei aerei F-16 decollati dalla base di Diyarbakir, nel sud-est del Paese, hanno bombardato per sedici volte il territorio nord iracheno, a maggioranza curda, dove trovano rifugio i guerriglieri del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, un’organizzazione riconosciuta come terroristica in Europa e negli Stati Uniti.
Secondo i quotidiani locali, l’esercito turco avrebbe effettuato anche diversi blitz con le forze di terra, varcando il confine per circa 20 chilometri. I militari hanno reso noto di aver condotto operazioni temporanee anche nelle notti di domenica e lunedì, immediatamente a ridosso degli attentati curdi costati la vita a 17 soldati turchi.
Si è trattato in buona sostanza di azioni preventive, ma molti in Turchia hanno pensato si trattasse della prova generale. Ieri ad Ankara si è tenuta una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza nazionale, presieduto dal presidente della Repubblica, Abdullah Gül, e alla quale hanno partecipato il premier Recep Tayyip Erdogan, alcuni ministri chiave del suo governo, come quello degli Esteri e della Difesa, e tutti gli alti gradi dell’esercito. Hanno fatto il punto della situazione dopo la missione a Bagdad di Ali Babacan, il capo della diplomazia turca.
Mentre molte persone nel Paese chiedono l’intervento armato e tutti i media stanno dando un’enfasi pericolosa alla situazione, il governo di Ankara spera ancora in modo convinto di poter risolvere la situazione per via diplomatica. La settimana prossima a Istanbul è prevista un’importante conferenza sulla situazione irachena, alla quale parteciperà anche il segretario di Stato americano Condoleezza Rice.
Il timore dell’esecutivo islamico moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan è che prima di quella data i guerriglieri del Pkk possano compiere altre azioni terroristiche. Intanto, sul confine turco sono stati spostati nuovi soldati, che ormai secondo i giornali sono circa 100mila. Con loro vi sarebbero anche ufficiali americani, conferma questa che Washington è disposta a venire incontro il più possibile al suo alleato mediorientale più potente. Dopo che la Turchia ha rifiutato la tregua, due giorni fa, non ci sono stati altri attacchi da parte dei guerriglieri indipendentisti, e tutti sperano che le parole dei leader curdi aiutino a contenere la situazione, almeno fino a giovedì prossimo.
Massoud Barzani, presidente della regione autonoma del nord Irak, ha chiesto al Partito dei lavoratori del Kurdistan di interrompere l’azione armata. Parole che seguono di poche ore quelle del presidente iracheno Jalal Talabani e del premier Nouri al Maliki, che hanno promesso alla Turchia la chiusura delle basi dell’organizzazione. Per il momento Ankara si accontenta delle parole, ma c’è da scommettere che ieri, durante il consiglio di sicurezza nazionale, Erdogan e il capo di stato maggiore, generale Yasar Buyukanit, avranno parlato di come e quando passare ai fatti.