I campi di rieducazione

L’invenzione dei gulag spetta senza dubbio ai sovietici, ma il merito di perfezionarli, adattarli e garantirne la sopravvivenza fino ai giorni nostri è tutta dei comunisti cinesi. Il pioniere dei Laogai, ovvero della «rieducazione attraverso il lavoro» fu, manco a dirlo, il grande timoniere Mao Tze Tung nei lontani anni Cinquanta. Dagli anni della Rivoluzione culturale la forma è in parte cambiata, la sostanza no. Allora come oggi i campi di rieducazione servono a forgiare l’animo e la mente dei dissidenti e a garantire allo Stato lo sfruttamento di un popolo di detenuti-schiavi. Se «il lavoro forzato è lo strumento», come recita il principio di fondo dei laogai il fine ultimo resta la «rieducazione della mente». L’integrazione dei laogai e del loro lavoro a costo zero, autentica schiavitù secondo i sostenitori dei diritti umani, nell’economia nazionale è uno dei punti cardine della transizione dal comunismo agricolo al capitalismo di Stato. Nel 1988 il manuale del ministero della Giustizia sulla Riforma Criminale stabilisce che i laogai «organizzano i criminali attraverso il lavoro e la produzione creando benessere per la società». Nel 1991, dopo le proteste degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali, la Cina è costretta a vietare l’esportazione di «prodotti derivanti dai lavori forzati», ma si guarda bene dal cancellare i campi di rieducazione. L’unica vera differenza è la loro trasformazione in strutture nascoste coperte dal segreto di Stato. Oggi la Laogai research Foundation, animata dal dissidente cinese Harry Wu sopravvissuto a 19 anni di lavori forzati, ne individua almeno 1.045 pienamente operativi. La cifra di circa 4 milioni di detenuti fornita dalla stessa fondazione è probabilmente esagerata, ma un articolo dell’organo ufficiale China Daily che ne discuteva la possibile riforma promessa nel 2001, parlava lo scorso anno di almeno 400mila reclusi. Gran parte di questi galeotti segreti destinati alla «rieducazione» sono sostenitori dei diritti umani, appartenenti alle minoranze religiose o a quelle etniche. Ad ammettere la sopravvivenza dei laogai e del loro sistema repressivo è stato lo stesso partito comunista cinese inserendo la loro possibile riforma tra i 20 punti all’ordine del giorno dell’ultimo Congresso tenutosi nell’ottobre dello scorso anno.