I cent’anni del movimento (come da tradizione) iniziano fra zuffe e cazzotti

Sembra quasi di essere a una «serata futurista»: manca solo il lancio di pomodori. Comincia così, all’insegna della polemica e della zuffa, la celebrazione di quell’irruente fenomeno chiamato Futurismo. Sono passati cento anni da quel 20 febbraio 1909 in cui le Figarò riportava in prima pagina un insolito manifesto, Le futurisme, definendolo «audace». Era l’ufficializzazione di un grande movimento d’avanguardia, italiano ed europeo, che attraverso diversi momenti, Primo e Secondo Futurismo, giunge agli anni Quaranta e, forse, come molti sostengono, sino a oggi.
Per festeggiarlo si preparano mostre, convegni, libri. Ma il clima è quello delle polemiche e delle recriminazioni. Il primo colpo mancino è giunto da Parigi, dove una grande mostra al Centre Pompidou Le Futurisme à Paris. Une avant-garde explosive, pur con opere straordinarie e la ricostruzione della prima mostra all’estero dei futuristi nel 1912 nella Galleria Bernheim-Jeune, pare avere peccato di «francocentrismo». Il grande movimento d’avanguardia italiano viene riletto in parallelo con il più «famoso» cubismo e altri movimenti europei, senza tener conto dei suoi aspetti peculiari: il fatto che riguardi non solo la pittura, ma tutta l’esperienza umana, dalla letteratura al cinema, dalla moda alla musica, alla cucina, al teatro, ad altro. Inoltre è stato ignorato il Secondo Futurismo, altrettanto vitale e complesso.
Ma i veri guai sono in casa nostra. Tra le prime lamentele lo «squattrinato» Comitato nazionale per il Centenario del Futurismo istituito il 20 marzo 2008 dall’allora ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli. Poverissimo, «dispone di 200.000 euro» confessa con tristezza il segretario tesoriere Carlo Fabrizio Carli. È formato da una settantina di membri tra istituzioni e personalità, ma è ancora in fase progettuale, mentre dovrebbe essere in quella esecutiva, aggiunge Carli. Sul Comitato arrivano già le prime frecce. Quali? Quella, ad esempio, di non aver organizzato una grande e importante mostra che ripercorra il movimento dall’inizio alla fine, in tutte le sue fasi, facendo il punto del trentennio di studi e coinvolgendo i maggiori studiosi. «Invece si prevede una frantumazione di mostre che punta su visioni superate e limitanti», dice Claudia Salaris, che ha scritto una ventina di libri sul Futurismo e curerà due mostre, una al Museo di Santa Maria della Scala a Siena e l’altra all’Auditorium di Roma. Dello stesso parere è Massimo Duranti, studioso e curatore di mostre sul Futurismo, che parla di «occasione perduta, di mostre e mostricine da un capo all’altro d’Italia impegnate ad accaparrarsi opere». Ancora più duro Enrico Crispolti, lo scopritore del Secondo Futurismo, che parla di «mostre dal taglio arcaico e filofrancese, che vanificano un cinquantennio di studi sul fenomeno, senza far emergere la complessità innovativa dell’avanguardia di Marinetti, che dura ben oltre la morte di Boccioni».
Ma quali sono le mostre incriminate? Una è Futurismo 1909-2009. Velocità + Arte + Azione, che si aprirà a Palazzo Reale di Milano il 6 febbraio (sino al 7 giugno 2009), annunciata con 400 opere. Giovanni Lista, un esperto del movimento, mira a fare «un lavoro di sintesi, abbandonando gli effetti sensazionali e polemici» e concentrandosi su opere conservate in Italia. Altre sono quelle che si apriranno a Rovereto, Venezia, Milano sotto il titolo Futurismo 100 (gennaio 2009-2010) con i tre rispettivi «sottotitoli» Illuminazioni, Astrazioni e Simultaneità. Un progetto a cura di Ester Coen, che propone «una rilettura inedita del Futurismo» indagando le relazioni con la più audace sperimentazione europea del ’900. Una visione dunque vicina alla mostra del Centre Pompidou, che in febbraio giungerà alle Scuderie del Quirinale di Roma e in luglio alla Tate Modern di Londra.
Ma le beghe maggiori sono tra gli studiosi stessi, che si accapigliano tra loro. Tra i più feroci sembrano proprio Ester Coen e Maurizio Calvesi che, dopo un inizio idilliaco negli anni Ottanta nella comune stesura del Catalogo generale di Boccioni, ora proprio su quel nome fanno a pugni: litigano sugli autografi boccioniani - c’è pure una causa in corso - sulle firme dell’artista, sulla cronologia delle opere, non risparmiandosi stilettate. L’aria insomma è di mugugno, confusione e disorganizzazione. Ci si lamenta anche della circolazione di falsi e della mancanza di un museo del Futurismo.
Tra tanti guai sembra affiorare qualche nota di accordo. Ad esempio, la gran parte di critici e studiosi italiani prende le distanze dal marchio di fascismo dato al Futurismo, «boicottato per decenni da storici di sinistra come Argan, De Grada, De Micheli, e altri» spiega Crispolti, che ricorda come solo con la mostra veneziana di Palazzo Grassi del 1986 Futurismo&Futurismi, curata da Pontus Hulten, il movimento fosse pienamente e apoliticamente accettato. I pregiudizi rimangono invece più radicati nella critica straniera. Anche Marinetti ha il suo secondo momento di gloria, dopo quello del 1909: «Lo si considera ancora un distruttore iconoclasta e improvvisato, ma fu un uomo di straordinaria cultura internazionale, un cosmopolita che aveva deciso di abolire il passato e concepire un progetto internazionale, di risveglio globale e rinnovamento ideale...» dice Salaris.
Intanto Giacomo Balla attende il suo nuovo catalogo generale e il Comitato per il Centenario sogna i Nuovi Archivi del Futurismo in 5 volumi: costo? 300.000 euro. Niente in confronto a una mostra.
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