Dopo i cinquant’anni cresce il rischio d’una grave cataratta

Mariella Passerini

Gli occhiali varifocali o progressivi costringono il paziente a continui movimenti della testa, del collo e degli occhi, allo scopo di individuare le zone delle lenti che consentono la visione più nitida in ogni circostanza. Ora, una piccolissima lente intraoculare ci permetterà di mettere a riposo i muscoli e di far lavorare soltanto il cervello. In gergo tecnico si chiama «lente intraoculare difrattiva refrattiva apodizzata»: in sostanza, la AcrySof ReStor è una lente multifocale di nuova concezione, in grado di dividere i fasci luminosi che entrano nell’occhio e di proiettarli sulla retina in modo da creare due distinti punti di messa fuoco: uno per la lettura da vicino e uno per la visione a distanza. Sarà il cervello del paziente a scegliere di volta in volta quale dei due punti utilizzare, scartando quello che al momento non serve. Spiega il dottor Francesco Carones, presidente del Concilio Internazionale della Società Internazionale di Chirurgia Refrattiva (www.isrs.org), oculista e chirurgo refrattivo in Milano, (www.carones.com; tel. 02.76318174): «Gli utilizzatori ottimali di questa innovazione sono le persone che hanno superato la cinquantina portandosi dietro difetti visivi, come miopia e ipermetropia di entità media ed elevata e che, a causa dell’età, accusano una crescente difficoltà nella visione da vicino. È noto che oltre i 45-50 anni inizia un progressivo processo di degrado del cristallino, la lente naturale collocata dietro l’iride. In alcuni casi il degrado si limita ad un irrigidimento che peggiora la visione da vicino. In molti altri casi vi si aggiunge anche una progressiva opacizzazione (cataratta) che costringe alla rimozione del cristallino». Questa procedura, che viene eseguita con una metodica chiamata «facoemulsificazione», consente la completa evacuazione dei tessuti alterati e la perfetta pulizia della capsula contenente il cristallino. La capsula viene poi utilizzata per ospitare la nuova lente (artificiale) che viene inserita attraverso la stessa piccola incisione che era stata praticata nel bulbo oculare per asportare il cristallino. Continua il dottor Carones: «La lente “difrattiva refrattiva apodizzata” nasce come lente sostitutiva per i pazienti operati di cataratta. Una tecnica di lavorazione della superficie della lente fa sì che la luce venga utilizzata in maniera ottimale. La lente proietta infatti sulla retina un punto di focalizzazione nitido per la visione da lontano, mentre altre zone proiettano la stessa immagine per la visione da vicino, che risulta fortemente defocalizzata, quando si guarda da lontano, ma perfettamente a fuoco quando si legge. Grazie alle proprietà ottiche della parte periferica della superficie della lente, vengono ridotti al minimo gli aloni di luce che si produrrebbero nelle ore notturne, quando la pupilla subisce il naturale processo di dilatazione. All’intervento fa seguito un breve periodo di adattamento, nel corso del quale il paziente affronta qualche disagio, poiché il cervello deve abituarsi alle sue nuove funzioni dettate dalla lente». Il successo di questa metodica ha permesso di estendere il suo impiego anche ai pazienti con cristallino non ancora opacizzato ma la cui qualità è limitata da importanti difetti di refrazione. «In questi pazienti – conclude Carones – per far posto alla nuova lente, si effettua una asportazione del cristallino del tutto simile a quella che riguarda la cataratta ma molto più semplice e sicura, perché i tessuti da asportare sono meno compromessi e quindi non si richiede l’impiego di ultrasuoni ma solo di un getto d’acqua per “lavare via” il materiale del cristallino».