Dopo i clandestini dalla Libia, la droga dall'Iran Le armi usate per tenere in scacco l’Occidente

Ogni debolezza diventa un'arma e ogni arma diventa buona per attaccare l'Occidente. Dal terrorismo al petrolio, dall'immigrazione alla contraffazione: anche così i Paesi del Medio Oriente riescono a tenerci sotto scacco

Se vi disturba che mandiamo al patibolo i narcotrafficanti non ci sono problemi: potremmo smettere, anzi lasciar loro piena libertà d’azione così l’Europa sarà inondata di droghe. Mohammad Javad Larijani è il responsabile del Consiglio iraniano per i diritti umani, un lavoro delicato in un Paese che ne ha una visione molto particolare, basti ricordare il simpatico record di esecuzioni capitali e la sanguinosa repressione delle manifestazioni politiche sgradite al potere islamico. È stanco di sentirsi rimproverare dai Paesi occidentali il frequente ricorso al boia, in particolare contro i trafficanti e non si limita a rivolgerci una minaccia, ma denuncia anche un paradosso: ci fanno la morale quegli stessi Paesi che si giovano della nostra azione contro la droga, nella quale oltre tutto non ci aiutano.
Osservazione interessante e che merita un approfondimento. L’Iran si trova lungo la via che conduce dall’Afghanistan (dove si produce illegalmente il 90 per cento dell’eroina e dell’oppio del mondo) all’Europa ed è quindi effettivamente un crocevia internazionale del traffico di stupefacenti. Secondo le Nazioni unite, se gli iraniani cessassero di combattere questo traffico, l’Europa sarebbe investita da «uno tsunami di eroina». Dati forniti da Teheran indicano che dal 1979 (anno di fondazione della Repubblica islamica, che vede nell’uso di droghe un’offesa alla morale musulmana) sono caduti nella lotta contro i narcotrafficanti ben 3700 militari e ogni anno sono state intercettate in media oltre mille tonnellate di stupefacenti. L’Occidente, lamentano gli iraniani, non solo non ci aiuta materialmente in questa battaglia che conduciamo anche nel suo interesse, ma regolarmente ci critica perché impicchiamo i trafficanti. È un fatto, sostiene Larijani, che se li lasciassimo in vita le esecuzioni capitali in Iran si ridurrebbero a un quarto del totale attuale (alcune centinaia ufficialmente, probabilmente molte di più, nda), ma se ci pensate bene non vi conviene.
Ora, che l’Iran islamico sia molto affezionato al suo curriculum patibolare è un fatto noto, ma che sopporti così male le critiche alla scelta della forca per i trafficanti da minacciarci di lasciarci inondare di droga non è davvero il caso. Anche perché minacce di questo genere vanno ad aggiungersi ad altre, spesso già ampiamente attuate, provenienti dalla stessa parte di mondo e tese immancabilmente a danneggiare la nostra economia e a condizionare il nostro stile di vita, ovvero il nostro benessere e la nostra libertà.
Qualche esempio? Partiamo dal più drammatico, il terrorismo islamico: l’Occidente «infedele» è bersaglio privilegiato della violenza di organizzazioni di fanatici religiosi, contrabbandata per guerra santa. Proseguiamo con quello di maggiore attualità per il nostro Paese, l’invasione scientifica delle nostre coste da parte di imbarcazioni stracariche di disgraziati provenienti dai Paesi più poveri del mondo: Gheddafi ce l’aveva promessa e la sta attuando. Ricordiamo poi la vecchia e sempre valida arma del petrolio: Gheddafi (e non solo lui per la verità) amava ripetere che si tratta di un dono di Allah agli arabi e che l’uso migliore da farne è usarlo come un’arma contro l’odiato Occidente. Dal 1973 (il famoso embargo che ci mandò tutti a piedi perché non abbandonavamo Israele al suo destino) a oggi il giochetto del gatto col topo è stato tentato mille volte e l’Iran in particolare ama minacciarci ciclicamente di bloccare il vitale stretto di Hormuz. Per non parlare della marea di merce contraffatta che invade le nostre spiagge e i nostri mercati. Grazie signor Larijani, ma basta così.