I crimini di guerra dei «buoni» italiani

In «Si ammazza troppo poco» di Gianni Oliva le violenze nei Balcani del periodo 1940-43

Il nuovo libro di Gianni Oliva, «Si ammazza troppo poco». I crimini di guerra italiani, 1940-43 (Mondadori, pagg. 230, euro 18) appartiene di pieno diritto al filone revisionista. Che io definirei piuttosto, nello specifico caso, un filone integrativo. Nel senso che vuol porre riparo, più che a tesi improprie della storiografia contemporanea, ai suoi troppi e comodi omissis. Le verità già conclamate rimangono tali. La Shoah fu spaventosa, i tedeschi perpetrarono nei territori da loro occupati nefandezze inenarrabili, la lotta partigiana merita lode e ammirazione, la fine del fascismo fu per l’Italia provvidenziale anche se derivò da una rovinosa sconfitta militare, accompagnata da rovine immani. Questi punti - sottolineati ed esaltati da una pubblicistica imponente e da un’infinità di allocuzioni, proclami, messaggi ed epigrafi ufficiali - possono rimanere ben fermi nella rievocazione di quella grande tragedia che fu la seconda guerra mondiale.
Ma assieme ad essi altri punti, meno utilizzabili per sfoggi di enfasi oratoria e di retorica patriottica e antifascista, meritano d’essere a loro volta considerati, e via via lo sono. Pur tra opposizioni e perfino anatemi di esponenti d’un resistenzialismo puro e duro, autori autorevoli come Pansa si sono ultimamente impegnati - in precedenza l’avevano fatto soltanto militanti della destra nostalgica, ritenuti per questo inattendibili - sulle mattanze che a guerra finita si verificarono a Milano, nel «triangolo rosso» emiliano, e altrove. Un testo recentissimo si è occupato degli stupri praticati all’ingrosso in Italia dai tremendi marocchini del generale francese Juin. S’è saputo, finalmente, dei massacri di prigionieri italiani inermi di cui si resero colpevoli in Sicilia, poco dopo lo sbarco nell’isola, reparti del generale americano Patton. Un lettore, il professor Giovanni Bartolone, mi ha inviato un suo volumetto (Le altre stragi) riguardante tra l’altro gli eccidi di civili compiuti - sempre in Sicilia, e sempre nel luglio del 1943 - da truppe statunitensi.
Sì, il quadro di quegli avvenimenti - prima dell’armistizio dell’8 settembre e dopo - non ha lo schematismo conformista ed edificante di molte narrazioni. Ci fu dell’altro. Le pagine di vita italiana d’allora ebbero alcune luci e molte ombre fonde. Tra queste ultime va collocato il «Qui si ammazza troppo poco», frase terribile che non è stata pronunciata da un tiranno feroce, o da uno di quei gallonati delle SS (gelidi occhi cerulei e sorriso sardonicamente spietato) che figurano in ogni fiction del periodo bellico. L’ha dettata il generale italiano Mario Robotti, comandante dell’XI corpo d’armata nella Slovenia presidiata dal nostro esercito. Non era da meno, quanto a severità di propositi, al comandante di Robotti, Mario Roatta, che raccomandava «Non dente per dente ma testa per dente!». La scena fotografata nella copertina dal libro di Oliva è agghiacciante: condannati slavi si scavano la fossa prima di essere fucilati da militari italiani che li sorvegliano.
Anche i «buoni» italiani hanno compiuto rappresaglie. Con il che non si vuol porre il comportamento dell’esercito fascista sullo stesso piano dei comportamenti nazisti. L’entità della repressione cruenta fu di gran lunga minore, e improntata di solito a un qualche scrupolo di umanità e di legalità. Ma dopo la fine del conflitto i governi dei Paesi che i tedeschi avevano affidato all’amministrazione militare italiana presentarono il conto dei danni e chiesero d’avere in consegna i personaggi - alti ufficiali o alti funzionari - che ritenevano avessero compiuto eccessi e atrocità. A tutto questo l’Italia - che ha impiegato un virtuoso zelo per mandare davanti a un tribunale militare il novantenne Erich Priebke, e per riprocessarlo con un espediente legale dopo che ne era stata decisa la scarcerazione - ha opposto un materasso di gomma e una coltre di silenzio.
Cattivi sono i tedeschi, cattivi eventualmente anche i fascisti di Salò, buonissimi i partigiani. Gli anni durante i quali l’Italia fu alleata della Germania, ed ebbe come nemici i liberatori del periodo successivo, vengono sostanzialmente rimossi, o avvolti dalla tesi secondo cui gli italiani erano compattamente antifascisti, spasimavano per liberarsi dal pugno di violenti al quale erano stati assoggettati, e trovarono espressione dei loro autentici sentimenti nella Resistenza. Quella era la «vera Italia».
Se la storia nasce dalle domande che il presente rivolge al passato «l’Italia - cito Oliva - ha lungamente interrogato il ’43-45 producendo decine di migliaia di titoli sulla Resistenza partigiana, ma ha dimenticato l’Italia imperiale del 1940-43... In realtà dimenticare non è termine corretto: troppe testimonianze familiari, troppi racconti di coscritti mobilitati nei Balcani o nell’Egeo rinviavano alle campagne del 1940-43 e non permettevano un semplice azzeramento della memoria. Ciò che è stato rimosso è la modalità dell’occupazione, la guerra combattuta in regioni dove gli italiani erano percepiti dalla popolazione come aggressori e come tali contrastati». E allora? «Allora non si deve parlare di crimini e di criminali di guerra. Quando giungono a Roma le prime richieste di estradizione la preoccupazione del governo è subito evidente: non si tratta di accertare se le accuse siano fondate o meno (tanto le forze moderate, quanto quelle di sinistra sono persuase che responsabilità ci siano state): si tratta, al contrario, di evitare ad ogni costo le estradizioni perché solo i vinti vengono processati per le atrocità commesse».
Già. E la vulgata nazionale pretendeva invece che noi fossimo, seppure in maniera ambigua, vincitori: dunque abilitati ad atteggiarci a giustizieri degli unici perfidi, i tedeschi. Il libro di Gianni Oliva è sicuramente utile per ricondurci - almeno chi lo legge con la dovuta attenzione - alla realtà del nostro ruolo, o dei nostri ruoli - ne abbiano interpretato più d’uno - nell’ultimo conflitto mondiale.