I «cuori neri» che migrarono verso altri lidi

Ripubblicato «Il passo dei repubblichini» di Enrico De Boccard, inchiesta sugli orfani del Duce nel 1945

In Francia, dopo la caduta del partito giacobino, appariva un libello dal titolo emblematico, La coda di Robespierre, dove si denunciavano quanti intendevano ristabilire il governo del terrore. Ma ogni passaggio di regime ha i suoi irriducibili ex, tormentati dal desiderio di rivalsa. E alla «coda di Mussolini» il giornalista Enrico De Boccard, anch’esso proveniente dall’avventura di Salò, dedicava, nel 1956, una colorita inchiesta, ora ripubblicata per la cura di Francesco Perfetti: Il passo dei repubblichini (Le Lettere, pagg. 95, euro 8).
Anche in questo caso il titolo è sintomatico e il ricorso al lessico venatorio non è assolutamente casuale. Travolti dal 25 aprile, i reduci dell’ultimo fascismo erano divenuti uccelli di passo esposti, senza riparo, alla violenta ritorsione dei loro nemici. Molti i caduti di una guerra civile, che continuava implacabile in oltraggio alla cessazione delle ostilità. Molti, quelli che si chiusero nel rifugio del silenzio. Numerosi anche coloro i quali, a partire dal 1946, ponevano le basi di un partito politico che, dopo una lunga, non rettilinea traversata del deserto, sarebbe entrato pienamente a far parte della vita democratica italiana. Una piccola pattuglia, però, non accettava la sentenza della storia e si preparava a restaurare con la forza il fascismo.
Fuggiti dal nord, oltre Firenze, fino a Roma, gli orfani del Duce si organizzavano in formazioni paramilitari, dai nomi fortemente evocativi: la Guardia nera clandestina, i Volontari dell’onore nazionale, il Movimento italiano resurrezione fascista. Li accoglieva, nell’estate del 1945, una capitale apatica come sempre, e del tutto riottosa a nuove avventure, dopo il dramma della guerra e dell’occupazione nazista. Roma li ospitava nei suoi vicoli senza sole, all’ombra dei palazzi barocchi. Li fiaccava con i suoi cibi grevi e con il suo vino di dubbia mistura, che tagliava le gambe e induceva a sonni senza sogni. Non fu, quel soggiorno, un ozio di Capua, viste le disperate condizioni economiche dei repubblichini, ma tanto bastò a ridimensionare i loro arditi progetti.
Falliva, e falliva nel ridicolo, il progetto di scatenare un’insurrezione per contrastare un colpo di mano contro la monarchia, concepita dai sopravvissuti della Rsi non tanto per difendere la corona dei Savoia, che molti di loro ritenevano semplicemente dei felloni, ma piuttosto per approfittare di quell’occasione per procedere all’arresto di Togliatti e Nenni, allo scioglimento dei partiti socialcomunisti, alla «libera e regolare fucilazione di quanti più partigiani possibile». Aveva maggiore successo qualche piccola azione dimostrativa come l’occupazione di una torre medioevale nel centro della città da cui far garrire, per poche ore, una bandiera adorna del fascio littorio.
L’armata clandestina sbandava così nella delusione e nell’inazione, nonostante l’afflusso nelle sue file di altri «vinti del ’45» (Waffen SS francesi e belghe, Guardie di ferro romene, Ustacia croati, nazionalisti arabi), anch’essi alla ricerca di un rifugio, che i monasteri della Città eterna pare offrissero con qualche liberalità. Quell’internazionale nera che sempre più rassomigliava ad un esercito di picari, attirava tuttavia l’attenzione dei servizi segreti di mezzo mondo in cerca di manovalanza a buon mercato. E di quei saldi di fine stagione approfittava anche Ferruccio Parri il quale, da presidente del Consiglio, non esitava a ingaggiare alcuni agenti dell’Ovra.
Anche su questi episodi De Boccard fa cadere la lama tagliente della sua ironia, da cui emergono però sprazzi di verità inquietante. Non pochi «cuori neri» del primissimo dopoguerra si sarebbero inoltrati nel «grande gioco» della Guerra fredda. È una testimonianza da non sottovalutare, dato che di queste cose De Boccard doveva intendersi se, per incarico del Sifar, organizzava, nel 1965, il cosiddetto Istituto Pollio, alla cui attività avrebbero partecipato i maggiori gruppi del neofascismo extraparlamentare attivi nei futuri anni di piombo. In qualche modo, si era avverata la minaccia di Mussolini, il quale aveva promesso di cospargere l’Italia di «mine politiche», prima della sua caduta.