Tra i delusi e gli unionisti alla fine vince il sollievo

Anche chi ha votato Sì ammette: "Troppe incognite, meglio così". E Cameron fa subito retromarcia

«Salmond? Mai piaciuto. Troppo sicuro di sé, un venditore di fumo. Voleva dividerci, non c'è riuscito», dice Heather con gli occhi ancora gonfi per la sbornia elettorale. Fino a ieri era l'eroe capace di traghettare la Scozia verso l'indipendenza, ora il first minister Alex Salmond annuncia l'addio. Missione chiusa, anche se non compiuta. Il Regno è ri-Unito, come ricordano esultanti le prime pagine dei giornali, british e scozzesi, tutti schierati contro la secessione.

«L'occasione di una vita buttata via», commenta davanti all'edicola, sull'orlo delle lacrime, uno dei pochi militanti ancora avvolto nella bandiera con la croce di St. Andrew's. Ma «il sogno non morirà mai» assicura Salmond ai suoi, pur dovendo ammettere la realtà: un altro referendum sull'indipendenza non ci sarà, almeno per un lungo periodo. Per questo la sua uscita di scena si consumerà a novembre, prima della conferenza dello Scottish National Party, il partito che nonostante la sconfitta, ha il vanto di aver trascinato alle urne l'84,6% degli elettori, un record dal 1928.

The day after - il giorno dopo il fatidico 18 settembre che resterà nella storia del Regno Unito - mentre Salmond fa un passo indietro, i vincitori escono allo scoperto. Meno timidi e decisamente più numerosi della vigilia. Forti di quel 55,3% di No (i sì fermi al 44,7%) che «chiudono per una generazione» – così ha detto ieri «il sopravvissuto» David Cameron – il dibattito sull'indipendenza scozzese.

Claire, 25 anni, commessa, ha fretta di tornare alla normalità. «Sono fiera di come ha votato la mia città», dice di Edimburgo, sesto centro finanziario d'Europa, seconda città più ricca del Regno Unito che non a caso si è risvegliata oggi, a differenza della Glasgow «operaia», con il solito cielo plumbeo e un comprensibile No alla secessione.

C'è insieme un senso di spossatezza ma anche di liberazione «il giorno dopo» in Scozia. E non solo fra chi ha vinto. John, investment manager, tifava Sì ma tira comunque un sospiro di sollievo: «Ero convinto che ce l'avremmo fatta e sono certo che noi scozzesi possiamo marciare sulle nostre gambe ma è vero che l'indipendenza sarebbe stata comunque un'incognita. Alla fine, tutto è più facile senza».

Quel che si fa invece difficile ora sono gli equilibri e le trattative a Westminster, destinati a durare e a creare nuovi scontri, segno che il referendum ha cambiato la politica e sta già cambiando l'assetto costituzionale del Paese. Il premier Cameron, forte del risultato, tira fuori l'asso in grado di placare la rivolta interna dei parlamentari Tory che lo accusano di aver concesso il referendum con troppa facilità e di aver poi promesso, nelle ore di panico precedenti al voto, troppi nuovi poteri a Edimburgo.

Così, a sorpresa, il capo di governo annuncia che la devo-max, la concessione di ulteriori poteri alla Scozia, ma anche al Galles e all'Irlanda del Nord, dipenderà da un accordo più ampio, basato su una condizione: pure gli inglesi dovranno aver diritto a votare da soli sulle questioni inglesi e i parlamentari scozzesi dovranno lasciare l'aula di Westminster in questi casi. «English votes for English laws», voti inglesi per le leggi inglesi. Cameron tira fuori una vecchia rivendicazione dell'Inghilterra più orgogliosa. Ma la mossa è uno choc. Intanto perché suona agli scozzesi come una mezza retromarcia, la richiesta di un ulteriore tornaconto dopo il No incassato alle urne.

Di più: l'annuncio sembra un aut aut che il premier aveva però completamente omesso di indicare quando ha garantito grandi concessioni alla vigilia del referendum. Ultimo ma altrettanto rilevante: così Cameron sposta l'asse di nuovo a destra, corteggia gli elettori dell'Ukip ma dimentica che i Laburisti, fino a ieri alleati nella campagna per il No, in nessun modo potranno perdere i propri parlamentari scozzesi – 41 alla Camera dei Comuni, spesso decisivi nelle votazioni cruciali. E infatti a sinistra hanno già risposto picche.

«Abbiamo ascoltato la voce della Scozia ma ora dobbiamo ascoltare milioni di voci dell'Inghilterra», insiste il premier. Dopo la questione scozzese, Cameron si fa insomma paladino della questione inglese. Per riconquistare la destra, nelle strade e nel partito. E andare all'incasso dopo la vittoria. Intanto la regina, da Balmoral, tradisce soddisfazione: «Conoscendo il popolo scozzese come lo conosco io, non ho dubbi che gli scozzesi siano in grado di esprimere opinioni forti prima di tornare insieme in uno spirito di sostegno e rispetto reciproco, per lavorare in modo costruttivo per il futuro della Scozia e di tutto il Paese. Andiamo avanti».

Magari uniti davanti a una pinta. Il pub apre a tutti, vincitori e sconfitti: «Celebrate or drown your sorrows», festeggiate o affogate i vostri dolori, recita il cartello, le porte sono aperte.