I fan di Obama ora gli voltano le spalle

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Un sondaggio<em> </em>rivela che donne, cattolici,
classi medio-basse e indipendenti, determinanti per la vittoria di Obama nel 2008, alle elezioni del 2 Novembre sceglieranno un candidato repubblicano. Il 49% degli americani pensa alla crisi economica. <strong><a href="/midterm_usa_2010/campagna_elettorale_record_oltre_4_miliardi_dollari_spesi/spese_partiti_usa-center_for_responsive_politics-midterm-donazioni-campagna_elettorale-raccolta_fondi/29-10-2010/articolo-id=483461-page=0-comments=1">Campagna elettorale: spesi oltre 4 miliardi </a></strong>
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Washington – La recessione è ormai solo un brutto ricordo negli Stati Uniti ma l’economia - che non tira come tutti vorrebbero - continua ad essere la preoccupazione numero uno. Secondo un sondaggio della Cnn (21-23/9/2010) per il 49% degli americani è proprio l’economia il tema più importante da affrontare in questo periodo: con particolare riguardo ai disoccupati (15 milioni) e i lavoratori costretti a fare il part-time per la crisi (9 milioni), con conseguente decurtazione dello stipendio. Al secondo posto nella classifica delle priorità c’è sempre un tema economico: il deficit e i conti pubblici (11%). L’accusa principale che i repubblicani (e in particolare il Tea Party) muovono a Obama è quella di aver peggiorato i conti, aumentando l’indebitamento dello Stato e appesantendo la spesa pubblica, soprattutto con i salvataggi (settore auto ma non solo) e con la contestata riforma sanitaria. Al terzo posto c’è l’istruzione: un tema che interessa il 10% della popolazione, seguita da sanità e guerra (entrambi al 9%). Seguono l’immigrazione (6%), il terrorismo (scivolato molto in basso, al 3%) e infine l’energia (1%). Il voto del 2 Novembre è un enorme sondaggio – il più grande mai fatto fino ad ora – pro o contro Obama. Lui se ne rende conto e sa che i numeri gli giocano contro. Per questo ha tentato un’impresa disperata: cercare di salvare il salvabile, riducendo le dimensioni della sconfitta “annunciata”. E all’accusa più grande, quella di aver tradito le attese, mossagli dal noto comico Jon Stewart che l’ha ospitato nel suo programma, ha risposto: “Sì, yes we can, ma non possiamo fare tutto in una notte, in un momento”. Un modo come un altro per dire agli americani che ci vuole pazienza.

L’economia prima di tutto Non è la prima volta che l’esito delle elezioni si giocherà soprattutto sull’economia. Bill Clinton nel 1992 strapazzò Bush senior (vincitore della prima Guerra nel Golfo nel 1991), grazie a uno slogan semplice quanto efficace: “It’s the economy, stupid”. Bush a tutti i sondaggisti appariva quasi imbattibile. Eppure fu sconfitto. La strategia scelta da Clinton fu quella di puntare tutto proprio sull’economia, accusando i risultati non proprio esaltanti dell’amministrazione Bush (dovuti anche, a onor del vero, alla non favorevole congiuntura economica) e l’aumento delle tasse. Celebre, a tal proposito, fu uno spot in cui i democratici mostrarono, al rallentatore, il labiale del presidente che pronunciava la frase: “Ridurrò le tasse”. Promessa poi non mantenuta.

Tea Party: Obama è solo un socialista Il partito repubblicano ha portato avanti una durissima opposizione contro quasi tutte le misure di spesa volute da Obama, facendo fronte unito contro il “pacchetto di incentivi” alla crescita da 800 miliardi di dollari approvato lo scorso anno. L’accusa più forte contro il presidente, a livello ideologico-propagandistico, è quella di essere un socialista. E’ bene ricordare che da sempre negli Stati Uniti prevale l’accezione negativa del termine “socialista”: indica l’attitudine dello Stato a mettere le mani sempre di più le in tasca ai cittadini, aumentando la spesa pubblica e facendo crescere la pressione fiscale. A puntare tutto sul cavallo di battaglia dello “Stato minimo” è il Tea Party, movimento indipendente della destra conservatrice che ha partecipato alle primarie appoggiando propri candidati tra i repubblicani. Il più grande di tutti i mali causati da Obama, secondo i suoi oppositori – in primo luogo proprio il Tea Party – è la riforma sanitaria. Il presidente ha puntato tutto su di essa, accettando anche diversi compromessi pur di portare a casa il risultato. E’ scontato che la battaglia, al Congresso, si giocherà di nuovo su questo grande tema che divide – da sempre - gli americani.

Sondaggi: democratici delusi Uno dei dati che più fa riflettere, in termine di sondaggi, è questo: c’è quasi il doppio di entusiasmo, tra i repubblicani, rispetto ai democratici, in vista delle elezioni di midterm. Il 63% dei simpatizzanti del Grand Old Party (partito repubblicano) andrà a votare con entusiasmo, contro appena il 37% che lo farà tra i democratici. E’ il livello più alto, per i repubblicani, dal 1994, quando, sempre alle midterm, conquistarono sia la Camera dei rappresentanti che il Senato. Il sondaggio della Gallup (pubblicato da Usa Today) evidenzia un certo scoramento nell’elettorato democratico. L’entusiasmo che appena due anni fa aveva spinto milioni di americani a credere nel “Yes we can” obamiano oggi appare un ricordo sbiadito.

Referendum sulla casa Bianca La maggioranza degli elettori è convinto che il voto del 2 Novembre sarà un referendum sulla presidenza Obama, secondo un sondaggio della Cbs. Il 32% degli intervistati intende votare contro Obama mentre il 22% ha detto di volerlo sostenere. Un restante 42% ha risposto che il voto riguarderà invece altri temi. Quanto alla Camera il 46% del campione ha detto che voterà repubblicano, il 40% si è invece espresso per i democratici. Il ruolo decisivo potrebbero averlo gli elettori “indipendenti”. Secondo un sondaggio Bloomberg, invece, i repubblicani sono in vantaggio sui democratici : 47% contro 44%. Se i conservatori dovessero mantenere questo distacco fino a martedì prossimo, raggiungeranno l’obiettivo dei 39 seggi in più per controllare la Camera.

Chi sono i più grandi delusi Settori significativi dell’elettorato americano che nel 2006 garantirono ai democratici il controllo del Congresso, e che due anni dopo sostennero Obama nella corsa alla Casa Bianca, volteranno le spalle al presidente e, stavolta, sceglieranno i repubblicani. Lo rivela un sondaggio pubblicato dal New York Times/Cbs, secondo cui donne, cattolici, classi medio-basse e indipendenti intendono favorire nell’urna il partito rivale del presidente, al cui successo contribuirono due anni fa. In generale, il 46% voterà per un repubblicano. La maggior parte critica Obama su economia e riforma sanitaria. Ed è proprio sull’economia, infatti, che i repubblicani hanno ormai quasi del tutto azzerato lo svantaggio “tradizionale” nei confronti dei democratici come partito più capace di creare posti di lavoro.