I figli assassini sono panni sporchi lavati in famiglia

Il figlio domanda, il genitore risponde. Tutto il mondo, dall’Amazzonia alla City di Londra e dai sumeri ai bocconiani, si regge (a fatica, certo) su questo assioma. Invertire i ruoli, è come mettere le pile capovolte nella radiolina a transistor: il polo positivo al posto di quello negativo. Hai voglia a smanettare sulle rotelline della sintonia e del volume: la radiolina non funziona, non si sente nulla. Silenzio assoluto. Lo stesso silenzio in cui cade la famiglia quando chi dovrebbe domandare s’illude, magari a 15-16 anni, di avere soltanto certezze, mentre chi dovrebbe rispondere, magari a 40-50 anni, ha un tale caos in testa che preferisce voltare la testa dall’altra parte. In situazioni simili, oggi, vien quasi da rimpiangere un classico degli anni Settanta e Ottanta, cioè l’Incomunicabilità Generazionale. Almeno quello era un format malleabile in cui persino la scena muta, a chi conservava un minimo di sensibilità, di altruismo e di amor proprio per ascoltarla, diceva qualcosa...
Ecco, non l’assenza di comunicazione, bensì i difetti di comunicazione tra genitori e figli, le interferenze sulla lunghezza d’onda che dovrebbe accomunarli, i cali di tensione (e d’attenzione) degli uni o degli altri, le voci sovrapposte che finiscono per annullarsi sono i protagonisti in La cena di Herman Koch (Neri Pozza, pagg. 286, euro 16, traduzione - puntuale e partecipata - di Giorgio Testa). È un libro che sfugge alle catalogazioni: possiamo leggerlo linearmente come un giallo o come una pièce teatrale, ellitticamente come un Bildungsroman dove la dissoluzione vince sulla formazione o come una docu-fiction educativa, moralmente come un conte philosophique o persino come una farsa.
Koch, autore televisivo, giornalista e scrittore olandese classe ’53, parte con in poppa il vento di una citazione tolstojana collocata a pagina 11 e ripresa più volte. È il celebre incipit di Anna Karenina: «Tutte le famiglie felici si somigliano, ciascuna famiglia infelice è infelice a suo modo». E chiosa con la voce narrante di Paul: «Si potrebbe aggiungere che le famiglie infelici, e soprattutto le coppie infelici, non riescono mai a stare da sole. \ L’infelicità non tollera il silenzio». (Più tardi, molto più tardi, a cena ultimata, Paul dirà l’opposto: «I segreti non ostacolano la felicità», e sarà la bandiera bianca da esporre con malinteso orgoglio.) Dunque il lettore è avvertito: nel libro non troverà né felicità da commedia rosa, né silenzi bergmaniani.
La cena del titolo è quella cui partecipano, in un lussuoso ristorante, due coppie: da una parte Paul Lohman e la consorte Claire, genitori del quindicenne Michel; dall’altra Serge, fratello di Paul, accompagnato dalla moglie Babette, i quali, oltre al figlio naturale Rick, coetaneo di Michel, ne hanno uno adottivo, Beau, originario del Burkina Faso. Paul, che ci si presenterà poco per volta, preferendo sulle prime esercitare soprattutto le proprie facoltà di cinico osservatore, è un docente a riposo per... cause di forza maggiore, mentre Serge è in corsa nientemeno che per la poltrona di primo ministro olandese.
L’untuosità del maître nel presentare piatti ricercati e grotteschi, le occhiate dagli altri tavoli di chi riconosce il Lohman famoso, le chiacchiere stantie su qualche film... Poi, la cena prende quota e, un flashback dopo l’altro, apprendiamo che quella non è una serata qualsiasi: in gioco c’è il futuro dei tre ragazzini.
Per un padre borghese di Amsterdam (o di Milano, Parigi, Rio de Janeiro) mettere il naso nel telefonino del proprio figlio è quasi peggio che far pedinare il pargolo notte e giorno da un detective. Un’intromissione inammissibile, una violenza. Soprattutto, significa abdicare al proprio ruolo di genitore-educatore. Non, però, a quello di genitore protettore (ah, le care, vecchie mamme possessive di una volta, quanto ne avvertiamo la mancanza...). Il guaio è che una guerra difensiva è pur sempre una guerra, e lo spargimento di sangue si deve mettere in conto, proprio come un filetto di faraona. Poiché Michel, Rick e, in misura minore, Beau l’hanno fatta grossa (molto ma molto più grossa dell’infrangere a pallonate una vetrina), ecco entrare subito in azione la protezione civile di Paul e Claire, visto che, sull’altra sponda del canale, Serge e Babette mostrano un pericoloso attendismo.
Omicidio. Preterintenzionale finché si vuole, ma omicidio. Una barbona addormentata ai piedi di un bancomat, una reazione da galletti in piena esplosione ormonale, la solita fatalità che si mette di mezzo nel momento meno opportuno. Basta una fiammata per mandare al Creatore la senzatetto e per far imboccare a due famiglie il tunnel che porta dritto dritto all’inferno. Succede come per gli incendi estivi. Si dà sempre la colpa alla testa di cazzo che ha gettato a terra una cicca accesa, ma ormai lo sanno anche i sassi che sotto ci sono le speculazioni edilizie. E lo sanno anche i sassi che le piante o si raddrizzano da piccole o...
A Koch non è bastato esser padre di un quindicenne, per raccontarci questa storia in cui, come in tutte le storie interessanti, ognuno ha ragione e ognuno ha torto (forse Tolstoj potrebbe commentare, da lassù, «si ha ragione in un solo modo, ma torto in molti modi, e viceversa»). Ci ha dovuto mettere la conoscenza del mondo, anche quello che si vede dallo (e non nello) schermo della tv, un aggeggio che lui sa ben maneggiare. E poi l’impegno del giornalista che rielabora un fatto di cronaca per trarne un reportage dalla Famiglia In Crisi Del Ventunesimo Secolo. E poi, ovviamente, il talento di scrittore.
Certo che nessuno vorrebbe un padre alla Paul Lohman: schizzato, codardo, insicuro. Ma non possiamo dargli torto quando ci butta in faccia, come una tanica di benzina, la seguente riflessione: «Succede anche ai cani: per anni si lasciano nutrire e accarezzare dal loro padrone, non fanno del male a una mosca, sono mansueti, ma poi un giorno all’improvviso il padrone perde l’equilibrio, inciampa e cade a terra. Nel giro di qualche secondo il cane arriva, gli serra le mascelle intorno al collo e lo uccide a morsi, e addirittura a volte lo fa a pezzi. È l’istinto: una cosa che cade è debole, una cosa che rimane a terra è una preda».
Mamme e papà, state in guardia: i vostri cuccioli crescono in fretta e, se non li avete raddrizzati a tempo debito, perdere l’equilibrio davanti a loro sarebbe per voi fatale. Poi magari, quei tesorucci sarebbero anche capaci di mettere su YouTube il filmato che mostra come vi hanno massacrato. Il conto della Cena, come previsto, è salatissimo.