I forzati del romanzo. Ecco i segreti degli autori «in serie»

In principio fu Camilleri. Poi De Giovanni, Manzini, Vitali Malvaldi... Una pagina al giorno funziona. E rende molto

Garantito: se ci mettiamo d'impegno produciamo molto più degli americani. E con la scrittura seriale in Italia ci siamo messi d'impegno. Un Connelly, una Cornwell, un Patterson o persino uno Stephen King sfornano un libro all'anno - e ci sembrava tanto, in altri tempi. Noi arriviamo a due, persino tre, senza contare gli economici, le ristampe, i Mondolibri e le strenne.

Si chiama scrittura seriale. Perché compaiono gli stessi personaggi o gli stessi luoghi per avventure diverse. Oppure perché il ritmo produttivo si avvicina al cottimo. Un anno è breve, ma con i seriali si va a stagioni, come nella moda o nelle serie tv: c'è l'uscita di inverno-primavera e quella estate-autunno. I nomi dei forzati delle scadenze? Per la narrativa il capostipite è Andrea Camilleri, ma a lui sono seguiti Maurizio De Giovanni, Gianrico Carofiglio, Marco Malvaldi, Andrea Vitali, Antonio Manzini. Ma in fondo anche a Elena Ferrante non manca nulla per essere una scrittrice seriale. Tra saggistica e romanzo si cimentano in almeno un libro all'anno giornalisti come Corrado Augias, Aldo Cazzullo e Federico Rampini.

I numeri? Per Camilleri siamo al di là da ogni primato: aveva settant'anni quando ha cominciato a pubblicare con il commissario. Ora ne ha 91 e ha raggiunto, proprio la scorsa primavera, quota 100: L'altro capo del filo, protagonista Montalbano, è il centesimo titolo in poco più di vent'anni. Il che significa almeno cinque libri all'anno, se vogliamo stare in una media. E significa anche, sempre con media approssimativa, che, soltanto per Montalbano, visto che si tratta di oltre ottomila pagine, comprese (...)

(...) le storie del commissario da giovane, parliamo di una pagina al giorno circa. Sarebbe quasi umano, se non fosse che i volumi dedicati a Salvo occupano poco meno di un terzo di quanto mandato in libreria dallo scrittore di Porto Empedocle dal 1994 in poi.

La catena di montaggio non si allenta per la seconda generazione. Prendiamo Manzini e Malvaldi, quelli rispettivamente di Rocco Schiavone e dei vecchietti del Bar Lume. Entrambi appartengono a Sellerio e la scuderia di Palermo conta il maggior numero di seriali in Italia, compreso quel Gaetano Savatteri che pare sarà il prossimo a sbocciare nella parte alta della classifica. E per entrambi è vera esplosione narrativa: il vicequestore Schiavone è apparso in cinque romanzi in tre anni, stessi anni in cui Antonio Manzini, Roma, classe 1964, ha sfornato anche una generosa manciata di racconti, un altro paio di titoli e la sceneggiatura di Benvenuti a tavola, perché viene dal mondo del cinema. E anche il pisano Marco Malvaldi, classe 1974, dal 2007 ha prodotto circa duemila pagine tra racconti e romanzi solo di Bar Lume, più altri quattro romanzi senza vecchietti, tra cui un'investigazione all'inglese, un giallo ottocentesco e la biografia romanzata di Pellegrino Artusi. O prendiamo Maurizio De Giovanni, Napoli, classe 1958: la sua fortuna comincia undici anni fa al caffè Gambrinus. Lì partecipa a un concorso letterario e scopre la sua vena d'oro per le storie con il racconto I vivi e i morti, protagonista Ricciardi, pubblicato come romanzo da Graus nel 2006 con il titolo Le lacrime del pagliaccio. Da quel momento, il fiume narrativo è sempre in piena: in dieci anni De Giovanni supera quaranta titoli, tra romanzi e racconti. Undici Ricciardi, sei Lojacono o «bastardi di Pizzofalcone», sette titoli per la serie sportiva e il resto sparso in racconti diversi per editori diversissimi. Parliamo di almeno tre titoli all'anno e, visto che le serie escono in contemporanea, di una folla di personaggi da manovrare contemporaneamente: più o meno l'equivalente di un condominio con trenta famiglie. Non a caso De Giovanni è chiamato nell'ambiente letterario «il secondo Simenon italiano» (dopo Camilleri): c'è chi racconta che viva con i suoi personaggi e scriva giorno e notte finché non ha finito, come fosse posseduto, come fosse incontinente. Una vita d'inferno. Ma anche l'invidia di chi fa venti versioni diverse dello stesso passaggio e poi le butta tutte e venti.

Ma naturalmente si tratta di voci. Che vengono dallo stesso ambiente letterario che dice che molti seriali italiani da soli proprio non ce la possono fare o ce la farebbero, ma non a questi ritmi. E che quindi procedono così: hanno l'idea, creano un profilo dei personaggi, strutturano la trama. Insomma, «buttano fuori il grosso». Poi ci si immaginerebbe che questo venga «sgrossato» da una «squadra» di co-scrittori, come negli Stati Uniti, sul modello dei cosiddetti fact-checker usati per i bestseller storici, procedurali o scientifici. Invece no: qui siamo individualisti. Così pare che il meccanismo nostrano sia questo: alcuni si avvalgono di un editor di fiducia cui affidano una bozza-anatroccolo da trasformare nel cigno su cui poi mettono la firma.

Vale la pena stare legati alla sedia? Eccome: per gli editori la continuità di vendite non ha paragoni. Lagioia, Piccolo, Murgia valgono un piede o un baffo di Vitali, De Giovanni, Carofiglio, che per un singolo libro pare prendano dal mezzo milione al milione di euro di anticipi. E se promettono una serie nuova, la cifra si moltiplica anche per sei. Perciò nascono i «tentativi di imitazione»: «Me ne arrivano moltissime», ci racconta l'agente letterario Marco Vigevani. «Ma le riconosci subito: mancano di polpa e di personaggi originali e sono meccaniche: i piedi sulla scrivania, il fumo compulsivo, lo sguardo sulle gambe della poliziotta». E nasce anche qualche «ribelle»: «Non voglio fare dei miei personaggi i vicini di pianerottolo», commenta il noirista Marco Ciriello, in libreria con Assassinio sulla Palmiro Togliatti (Baldini & Calstoldi). «Con gli editori salto da uno all'altro senza obblighi. Anche perché il rifiuto alla serialità li spaventa: è come dire no al posto in banca».

Di fatto, i seriali italiani citati occupano tutto l'anno, tranne le parentesi dei premi letterari, i Saviano e le Marie Kondo, tutti i posti alti disponibili in classifica. Inutile, e anche un po' sciocco, gridare allo scandalo: è chiaro che il modello di scrittura seriale in letteratura non può essere tanto diverso da quello televisivo e che il processo di creazione debba avvalersi di automatismi e tormentoni, per rendere il lavoro più rapido e per permettere al lettore di «riconoscere» quella drammaturgia cui si è affezionato, o in cui si è accomodato, e per ritrovare la quale compra altri volumi dello stesso autore. Nulla di nuovo: Fausto Colombo in La cultura sottile (Bompiani) diceva già negli anni 90 che l'industria culturale è da sempre finalizzata alla serialità, anche se con modalità diverse. Se quindi «serie» non sempre significa bassa qualità, certo significa però impossibilità di far «sedimentare» i contenuti. Perché l'impulso è sempre cercare la «nuova versione» del libro appena chiuso: le duecento pagine appena lette non finiscono mai, sono sempre e solo le «prime» duecento da aggiungere alle duecento del prossimo volume. E allora, meglio addicted o non lettori? Ai contratti milionari l'ardua sentenza.