I fratelli Coen clonano Wayne ma quasi se ne vergognano

"Il Grinta" , in uscita venerdì prossimo, è una pellicola che ricalca bene l’originale. Da cui Ethan e Joel si smarcano. Per motivi politici

da Berlino

Interpretare lo stesso ruolo di John Wayne nel film che gli valse l’Oscar ne darà forse uno anche a Jeff Bridges. Ma la prospettiva adombra il protagonista del rifacimento de Il Grinta (in originale True Grit, cioè Il duro), western dei fratelli Coen, che fuori concorso ha aperto il LXI Festival di Berlino e che sarà in Italia venerdì prossimo. Né Bridges, né i Coen, né Josh Brolin, presentando il film, gioivano alle domande relative a un rifacimento che loro negano come tale. Ethan Coen ha detto: «Ho letto molti anni fa il romanzo di Charles Portis (in Italia uscì da Mondadori nel 1969 col titolo Un vero uomo per Mattie Ross)». E Joel Coen ha aggiunto: «Al romanzo, non al film, ci siamo ispirati».
Sembravano Qui e Quo. Qua erano, a turno, Bridges e il comprimario Josh Brolin. Bel ragazzo, ciuffo alla Presley, Brolin si è ricavato uno spazio nella conferenza stampa puntando proprio sulla distanza tra il film di Henry Hathaway e quello dei Coen. Quello che aleggiava ieri al Festival non era infatti solo questione di originalità: c’era anche la politica. John Wayne interpretò Il Grinta subito dopo il fiasco dei Berretti verdi, che aveva anche diretto. Strano: proprio allora l’Academy si ricordò di lui, già malato. Un po’ fu solidarietà, un po’ fu opportunità, visto che presidente degli Stati Uniti - e al colmo della popolarità - era Richard Nixon. Brolin, che è stato George W Bush in W. di Oliver Stone, è un alfiere della sinistra hollywoodiana e l’ombra di Wayne l’indispone evidentemente anche più di quanto mostrasse Bridges.
Se poi ci si deve avviluppare nell’ipocrisia, perché non scegliere un altro soggetto? Perché di questi tempi, ancor più del solito, Hollywood punta a incassi sicuri. Il Grinta di Hathaway andò bene e Scott Rudin - produttore, con Steven Spielberg, produttore esecutivo, del nuovo Il Grinta - vogliono riportare i soldi a casa. Lo vogliono almeno quanto, nel 1969 la sinistra americana voleva riportare i boys a casa (dall’Indocina).
Ex ragazzi intellettuali, i Coen sono tipi pratici. Hanno quindi scelto secondo cautela e astuzia, confidando che Il Grinta di Wayne fosse dimenticato. Ma sono stati vittime del loro inatteso successo, cioè delle dieci nominations per l’Oscar, che hanno risvegliato la memoria dei critici. Il personaggio di Bridges, «Rooster» (Gallo) Cogburn, vecchio saggio manesco, è un riferimento per un popolo in crisi economica e morale. Gli Stati Uniti hanno bisogno di chi li prenda per mano, proprio come il vecchio sceriffo, reduce confederato, prende per mano la quattordicenne Mattie Ross (Hailee Steinfeld). A ucciderle il padre è stato il personaggio di Brolin e lei vuole che gli si dia la caccia.
La Steinfeld, anche lei alla conferenza stampa, ha davvero quattordici anni, mentre Kim Darby ne aveva ventidue quando recitò nello stesso ruolo accanto a Wayne. Ed era logica la maggiore età: una quattordicenne nell’Arkansas del 1872 non parlava come un libro stampato, neanche fosse uscita da una scuola rabbinica, come la presentano i Coen, pensando a lei come a un alter ego. E poi tra le leggi ferree di Hollywood c’è l’obbligo dell’adolescente, perché il pubblico più giovane consideri un film. Accadrà stavolta? I tempi dilatati, quasi due ore dove le parole, magari ironiche, soverchiano l’azione, attireranno, al più, i quarantenni laureati.
Oggi - nel secondo giorno, quello abitualmente più fiacco - al Festival c’è la rituale giornata contro una certa Italia, quella di maggioranza, alla quale ci ha abituato il direttore della Berlinale, Dieter Kosslick. Nella rassegna «Panorama», tocca a Qualunquemente di Giulio Manfredonia, che non sarebbe qui se il suo bersaglio non fosse Berlusconi. Come evento speciale, sempre oggi, c’è Gianni e le donne di Gianni Di Gregorio. Il cinema italiano da Festival è questo: o va in piazza o si chiude in «due stanze e cucina».