I fratelli Murr, una saga che infiamma il Libano

Gian Micalessin

da Jounieh (Libano)

La chiamano la saga dei Murr. Per scoprirla bisogna bussare a questo cubo di vetri e acciaio abbarbicato sulla collina di Dbaye. Beirut è una ventina di chilometri a sud, Jounieh l'enclave cristiana sul Mediterraneo un passo più a nord. In alto sulle creste oltre l'azzurro sono le vette rigogliose del Metn. Qui drusi e cristiani per quindici anni si scambiarono piombo e morte . Qui tra due domeniche si riaccende la battaglia. Qui scendono in campo il generale Michelle Aoun simbolo dell'onore maronita e l'eterno rivale druso Walid Jumblatt.
Ma a far faville attorno ai grandi capi ci penseranno Michelle e Gabriel El Murr. Due cristiani, due capitani di ventura, due fratelli, e due irriducibili nemici. Il più giovane Gabriel, classe 39, è rintanato in questa tana d'acciaio e vetro che puzza di vernici fresche e divani appena scartati.
«Lui vi attende», la voce e il sorriso della segretaria non si son neppure spenti e la parete s'apre come la caverna d'Alì Baba. Scivola silenziosa la prima paratia, scopre una blindatura di lucido acciaio, sguiscia via anche quella e il testone di Gabriel ti viene incontro. Nell'aureola di due vetrate a semicerchio dietro l'emisfero d'una scrivania luccicante sembra un angelo nano in volo sul Mediterraneo. Poi l'abbaccinio si spegne. Restano lo sfavillare di plasma e computer, un parquet nudo di mobili e sedie di lucida pelle nera. Per un attimo t'aspetti fosse con gli squali e guardiaspalle dalle mascelle d'acciaio, James Bond e il simbolo della Spectra, ma in altro attimo Gabriel Murr e il suo sorriso scacciano via la fantasia. E l'interrogativo diventa concreto.
L'altra televisione, quella Mtv, Murr Television, chiusa con il filo spinato dai siriani e dai loro alleati libanesi nel 2002 valeva, dice lui, duecento milioni di dollari. Come avrà fatto, ti chiedi, a ricostruire un impero nonostante una Damasco contro. «Faticando», se la sbriga lui e di certo non è il dettaglio più incredibile di una vita contro. Nel 1997 mentre suo fratello Michelle scambiava poltrone e ministeri con i siriani lui metteva in onda il volto e la voce del generale Michel Aoun in esilio a Parigi. «Avevamo incominciato già nel 94: a quel tempo Samir Geagea, l'unico leader cristiano rimasto in Libano, era tenuto sepolto sotto tre piani di cemento, ma noi già definivamo illegale l'occupazione».
La saga dei Murr «parenti serpenti» libanesi era ancora alle prime puntate. «Michelle era in politica dagli anni 60, ma nel 77 con l'arrivo dei siriani scelse il potere del più forte. Io preferii Bechir Gemayel.Da allora le nostre strade non si sono più incontrate». Del fratello pluriministro, di quel suo rampollo Elias dato in marito alla figlia del presidente Emile Lahoud e poi cresciuto abbastanza in fretta da sedere sulla poltrona degli interni Gabriel non dice nulla. O soltanto «noi e loro non ci parliamo più». Ma il veleno gli scorre negli occhi. L'astio diventò odio con i grandi caldi del 2002. Sul Metn a giugno si votava per sostituire un deputato cristiano e il vecchio faccendiere Michelle aveva già i suoi piani benedetti da Damasco. Da lì doveva atterrare in parlamento anche la figliola Myrna e sedersi al fianco di Elias.
A scombinare tutto ci pensò zio Gabriel. «Riunii i cristiani e decidemmo di non lasciare il seggio alla cricca di mio fratello e del consuocero presidente. Loro non ci diedero il minimo peso e a giugno li facemmo a pezzi». La resa dei conti in questa Dallas in salsa libanese arrivò a settembre. «Mandarono le forze speciali a sequestrarmi la televisione e per non sbagliare circondarono tutto il quartiere. La scusa fu di aver utilizzato Mtv per far propaganda elettorale anche se ci eravamo limitati ad invitare gli elettori ad andare ai seggi. Da allora tutti i miei ricorsi sono stati cancellati d'ufficio per vizio di forma. Ma non importa: le televisioni si aprono e si chiudono. Dopo la morte di Hariri i miei microfoni sono stati i primi a dar voce ai manifestanti di Piazza dei Martiri. E il 12 metterò fine per sempre alla carriera di mio fratello. Lui per tutta una vita ha pensato che il suo potere e quello della sua famiglia fossero più importanti della libertà del Paese».