I Fratelli Musulmani alzano la voce

Il governo egiziano offre pensioni più alte e indennizzi, e libera un capo della rivolta. Ma agli islamici non basta. Imbarazzo alla Casa Bianca: l'inviato Usa smentito l'altro giorno lavora come avvocato per Mubarak

Il Cairo - Pensioni più alte del 15 per cento, un fondo per risarcire i commercianti danneggiati duranti gli scontri, riduzione del coprifuoco e liberazione di Wael Ghonim, il dirigente di Google, diventato uno dei simboli della rivolta sul web. Sono le più importanti concessioni alla piazza scaturite dalla prima riunione del nuovo governo egiziano per tentare di togliere forza alla protesta che da 14 giorni blocca il centro del Cairo e di altre città. Per ora, però, il cuore della capitale resta il fulcro del dissenso. Midan Tahrir non accenna a svuotarsi. La piazza si organizza ogni giorno di più: ci sono tende da campeggio o in stile beduino, punti medici che forniscono assistenza ai manifestanti e raccolgono medicinali, diversi palchi per discorsi e concerti più o meno improvvisati. E decine di ambulanti - personaggi della tradizione egiziana che da sempre affollano le strade del Cairo - si riversano ogni giorno nella piazza: vendono a prezzi popolari tè, panini, dolci e datteri, acqua e sciroppo di liquirizia ma anche bandiere nazionali e cappellini e maschere con i colori dell'Egitto. La richiesta dei manifestanti resta sempre la stessa: «Il rais Mubarak deve andarsene prima che si possa aprire il negoziato». Due giorni fa, però, il vice presidente Omar Suleiman si è seduto a trattare con alcuni volti della società civile e alcuni gruppi dell'opposizione. Tra questi, i Fratelli Musulmani. La comparsa al tavolo dei colloqui del gruppo islamista ha infastidito le forze della piazza, ancora restie al compromesso.
E i Fratelli Musulmani, che all’inizio della rivolta avevano tenuto un basso profilo per rassicurare il regime e la comunità internazionale, assicurando di non voler giocare un ruolo centrale sulla scena politica, di giorno in giorno acquisiscono peso. E ora il gruppo, con una certa sapienza politica, punta anche i piedi, definendo «insufficienti» le proposte del governo per uscire dalla crisi.
E ieri, il portavoce Essam El Ariane ha detto al Giornale che la Fratellanza sta in queste ore considerando se andare avanti o meno nel negoziato: «Siamo in una fase di valutazione». Mentre la piazza fatica a trovare una direzione e un leader, il gruppo, che ha sposato con cautela la protesta, è ora il primo a imporre i tempi del dialogo con il regime. Il movimento, che in Egitto è fuori legge, è considerato la più credibile delle opposizioni al governo, in numeri e in capacità politiche e organizzative. La comunità internazionale però guarda con preoccupazione alle mosse dei Fratelli Musulmani e a un loro futuro legalizzato sulla scena politica egiziana. «Trattiamoli con cautela», ha detto ieri l'ex premier britannico Tony Blair. Il presidente americano Barack Obama ha invece minimizzato la portata di un loro possibile coinvolgimento nella vita politica del Paese. «Sono una delle fazioni in Egitto. Non hanno il sostegno della maggioranza», ha detto in un'intervista a Fox News.
Washington sembra prediligere in queste ore una transizione graduale che abbia il vice-presidente Omar Suleiman come suo protagonista. Lo ha detto pochi giorni fa il Segretario di Stato Hillary Clinton, anche se poche ore dopo l'inviato americano in Egitto, Frank Wisner, ha dichiarato che Mubarak dovrebbe rimanere a traghettare il passaggio dei poteri. E proprio il ruolo del diplomatico nel Paese sta sollevando in queste ore polemiche scomode per la Casa Bianca. I presunti legami d'affari tra il governo egiziano e lo studio legale in cui lavora Wisner, scriveva ieri l'Independent, spiegherebbero l'ultima presa di posizione dell'inviato americano.