I gran sacerdoti della conservazione

Sulla Stampa di qualche giorno fa Gian Enrico Rusconi si abbandonava, come capita di questi tempi, a considerazioni melanconiche sullo stato miserando di questo nostro Paese. Il quadro era del tutto realistico, e tendente al peggio, se possibile: la maggioranza lavora con grande affanno, in un clima di reciproci ricatti, frutto della sua esiguità ed eterogeneità, il governo si barcamena come un re travicello, il Paese «ribolle di microrivolte sociali della natura più disparata», c’è generale sfiducia nello Stato e nelle istituzioni.
Fra i due elementi, la inesistenza di un governo in grado di governare e le «microrivolte» e la sfiducia, c’è un rapporto diretto, non c’è bisogno di evocare «populismi» sobillati e malintenzionati nella convinzione che se la sinistra si rivolge al popolo è la democrazia, se lo fa il polo è un’altra cosa definita populismo. Par di capire comunque che le cose per Rusconi siano avviate per una china pericolosa, senza che alcuno si ponga il problema di ricercare meccanismi istituzionali, e riforme, in grado di far funzionare questa benedetta democrazia. Insomma, ci vorrebbero riforme o correttivi istituzionali, tutti protestano e rumoreggiano, nessuno che ci pensi.
E qui è il caso di fare, come si dovrebbe ogni tanto in questo Paese di smemorati, un po’di storia, tanto più a coloro che la storia la conoscono, o dovrebbero conoscerla, comunque contribuiscono a farla. Il quinquennio 2001-2006 del governo Berlusconi aveva pur consegnato, a quello successivo, una riforma istituzionale che, a leggerla oggi, appare un miracolo dopo decenni di chiacchiere, di commissioni parlamentari che hanno riempito gli archivi di carte senza costrutto. In questa riforma figuravano alcuni punti fermi che oggi fior di costituzionalisti dovrebbero rimpiangere, e si limitano a favoleggiare.
Figurava, in quella riforma, per citare pochi punti, una riduzione quanto mai opportuna, del numero di parlamentari, la fine del bicameralismo perfetto da tutti indicato come una delle ragioni principali della nostra paralisi istituzionale; un rafforzamento del potere del governo e del premier che ogni tanto ritorna nei discorsi dei riformatori del dì di festa. Queste riforme c’erano, furono approvate nella passata legislatura. Sono state cancellate come risultato di una spinta furiosa del centro-sinistra a cancellare molto di ciò che il quinquennio precedente, come avviene nelle democrazie dell’alternanza, aveva consegnato ai suoi successori.
Questa spinta, o furia, si espresse nella frettolosa richiesta di un referendum istituzionale che il centro-sinistra impose non appena tornato al governo. In quel referendum celebrato proprio un anno fa, il 25-26 giugno 2006, si cancellarono tutte le riforme introdotte nella seconda parte della Costituzione: sul funzionamento dello Stato, per l’appunto.
La storia di quel referendum va ricordata perché in essa si rivelò una sorta di casta sacerdotale, che non a caso si riconobbe nella persona di Oscar Luigi Scalfaro, e alla quale si iscrisse non solo pressoché al completo la classe politica di centro-sinistra, ma anche larga parte del ceto intellettuale unito in due diverse categorie di conservatori: quelli alla Oscar Luigi Scalfaro per i quali la Costituzione del 1948 era «la Bibbia laica degli italiani», e quelli alla Diliberto, per i quali «la Costituzione del 1948 non si tocca, nasce dalla Resistenza e dunque chi la tocca non può che avere intenzioni malvagie». Questo fu il clima, con alcune eccezioni, fra le quali ricordo i dubbi di Augusto Barbera e di Dario Ceccanti i quali si dissero preoccupati di legare il Paese a una immobilità innaturale. Fra coloro che allora si distinsero per raziocinio e preveggenza non ricordo Gian Enrico Rusconi.
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