I kamikaze? «Figli» di Mazzini

nostro inviato a Londra
Mazzini come Bin Laden o come Gandhi? Gli storici guardano con malcelato ribrezzo a quelle che ritengono semplificazioni giornalistiche, eppure al convegno internazionale «Giuseppe Mazzini and The Globalization of Democratic Nationalism», tenutosi di recente alla British Academy nel bicentenario della nascita, l’idea del pensatore italiano come «padre putativo dei kamikaze islamici» è risultata di proprietà di Eric Hobsbawn, decano dei cattedratici inglesi e figura di culto dell’intellighentia impegnata. E quanto alla identificazione con l’alfiere dell’indipendenza indiana, ben due relazioni hanno riportato in superficie ciò che noi italiani tendiamo a dimenticare: la centralità del pensiero mazziniano dalla metà dell’800 al primo quarto del secolo successivo e il suo fungere da detonatore per i movimenti di indipendenza nazionale in Europa e nel resto del mondo.
In teoria, le due provocazioni dovrebbero annullarsi a vicenda: se c’è la non violenza non c’è il terrorismo e/o il martire della causa. Ma, come dimostra la recezione del pensiero mazziniano in India, le cose sono più complesse e meritano una riflessione in proposito. Christopher A. Bayly, lo studioso del St. Catherine College di Cambridge che insieme a Eugenio F. Biagini del Robinson College ha organizzato il convegno, è in proposito molto preciso. La sua relazione «Mazzini and Early Indian Nationalism» spiega come, a seconda della realtà coloniale in quel momento presente, il pensiero mazziniano potesse essere letto in una chiave azionista, incentrata appunto sulla cospirazione, l’insurrezione, il delitto politico, ovvero in una dimensione spirituale, di mistica democratica, di doveri. «Le due figure chiave del movimento swadeshi - dice Bayly -, Gandhi e Savarkar, si scontrarono proprio sul fatto se Mazzini appoggiasse o meno il terrorismo».
Interpretato dai moderati sotto il profilo della «democrazia di popolo» e dagli estremisti sotto quello della «lotta di popolo», il pensiero di Mazzini praticamente formò due generazioni di intellettuali indiani, quella della rivolta del 1857 e quella che nel primo ’900 vide il sorgere della stella gandhiana. E fu proprio Gandhi, dice un allievo di Bayly, Fabrizio De Donno, a comprendere come una lettura strettamente insurrezionale e cospiratoria di Mazzini ponesse seri limiti al progetto indipendentista, costringendolo nel cul de sac della repressione da un lato, dell’emigrazione dall’altro. De Donno, che è a Cambridge con un dottorato in Orientalismo italiano, parla di una lettura strumentale del pensiero mazziniano. «Veda, nel 1909 un indiano espatriato, Madan Lal Dhingre, influenzato dalla propaganda di Savarkar, assassinò William Curzon Wyllie, Adc del Segretariato di Stato per l’India. Gandhi considerò quell’azione “un atto politicamente moderno per eccellenza, ovvero il terrorismo legittimato dal nazionalismo”, lo ritenne inammissibile e ne approfittò per imporre il proprio stampo sulla dottrina mazziniana».
L’abilità di Gandhi fu nel rintracciare i possibili parallelismi fra l’ideologia del pensatore italiano e la propria, mettendo però completamente da parte ogni differenza: così facendo riuscì a utilizzare a proprio favore l’appeal di un nome che, allora, era superiore a qualsiasi altro teorico occidentale. Dice Bayly: «Fra il 1850 e il 1910 Mazzini fu il pensatore politico-sociale straniero più ammirato nell’Asia meridionale». I concetti mazziniani di dovere e di sacrificio, la sua religione del popolo, l’elevazione di quest’ultimo attraverso un processo educativo vengono dunque riletti in un’ottica di non violenza e di resistenza passiva: è il trionfo dello spirito. Paradossalmente, questa visione gandhiana di Mazzini troverà dopo la Seconda guerra mondiale un suo spazio anche da noi, attraverso Aldo Capitini e un repubblicanesimo umilmente tolstojano che vedeva in Mazzini, appunto, il Gandhi italiano... Come si vede, le vie della storia sono piene di sorprese.