I Lumi che scoprirono il mondo

Da Bouganville a Linneo, un saggio racconta le peripezie degli scienziati che partirono per esplorare la Terra. Lasciarono salotti filosofici e laboratori per andare dove nessuno era stato prima...

Nel Settecento, il secolo dei Lumi, della prima industrializzazione e della Rivoluzione francese, il viaggio poteva rispondere ad esigenze esistenziali, di fuga, di libertà e di scoperta di nuovi orizzonti estetici, come per il Goethe del Viaggio in Italia, riflettere tormenti e insofferenze come per Vittorio Alfieri, che, come ci racconta nella Vita, solca da giovin signore l’Europa in carrozza dalla Russia all’Inghilterra. Poteva rispondere altrimenti a esigenze di divulgazione mondana, come per Francesco Algarotti, autore di un sintomatico Newtonianismo per le dame, o a ragioni più segrete di dolcezza, humour, introspezione come in quel delizioso Viaggio sentimentale di Laurence Sterne, cui diede veste italiana Ugo Foscolo. Quelli che conosciamo meno sono i viaggi per mare e per terraferma, intrapresi per compiere esplorazioni e rilevazioni scientifiche, viaggi decisivi in un momento storico in cui l’Europa si avvia a uscire stabilmente dai propri confini a dominare il resto del pianeta. Questa antologia, Esplorazioni e viaggi scientifici nel Settecento, curata con precisione e chiarezza da Marco Ciardi (Rizzoli BUR, pagg. 458, euro 12,00), ci permette di colmare la lacuna. Gli autori antologizzati non sono uomini di lettere. Sono scienziati, militari, navigatori, uomini d’azione. I loro viaggi sono di studio, di ricerca, alla scoperta di nuove terre, nuovi passaggi per mare, nuove specie, nuovi popoli. Ma c’è qualcosa di eroico, di faustiano in questi uomini settecenteschi protesi a conoscere l’intero mondo e a catalogarlo, pronti a lottare per possederlo e cambiarlo. Hanno la scienza per guida, hanno alle spalle Bacone, Galileo, Magalotti, ma contribuiscono proprio con le loro scoperte a creare miti del tutto nuovi, come ad esempio quello del «buon selvaggio». Di Louis-Antoine de Bougainville oggi resta il ricordo gentile del suo nome dato dal naturalista imbarcato sulla sua nave alla pianta rampicante dalle infiorescenze color azzurro vivo, così comune nei nostri giardini. Ma fu lui che lanciò in Europa il mito di Tahiti, che descrisse come un paradiso in terra, magnificandone gli abitanti e gli usi, in una relazione che spicca per completezza e varietà di interessi, geografici, antropologici, religiosi, tecnici. A smentire lui, il mito da lui lanciato e ripreso intanto dai filosofi illuministici, ci pensa neppure vent’anni dopo Jean-François de Galaup, conte di Laperouse. Parte anche lui da un porto bretone e circumnaviga il mondo doppiando Capo Horn, esplorando l’Alaska, toccando le Marianne, Sakhalin, Manila, Macao, Samoa. Lì si imbatte nell’ostilità degli indigeni, e data da Samoa la sua ultima lettera. Siamo nel 1788, alla vigilia della Rivoluzione. Nessuno sa più niente di lui e dei suoi uomini. Due fregate dai nomi augurali, la Recherche e l’Esperance, partono per cercarlo, ma invano. Nei suoi resoconti sugli Indiani della costa del Pacifico, Laperouse ci parla di popoli rozzi e barbari, che vivono a stento di caccia l’inverno e profittano della pesca abbondante l’estate passando poi le giornate nell’ozio e nel gioco. E di fronte ai filosofi che, lo sa, protesteranno per tali affermazioni, contrattacca rilevando che «essi scrivono i loro libri nel loro angolino accanto al fuoco», mentre lui viaggia da decenni, tra tempeste e pericoli, conoscendo la realtà di fatto, non le teorie.
Uno straordinario viaggiatore scientifico è Carl von Linné, noto come Linneo, il grande scienziato svedese, che racconta il suo tragitto da Upsala alla Lapponia e il ritorno attraverso la Finlandia. È affascinante seguirlo in mezzo alle nevi e alle nuvole, con il sole di mezzanotte pallido all’orizzonte, il pericolo dei maelstrom, i terribili vortici, le insidie del ghiaccio. Il latte di renna, l’alimento principe dei Lapponi, si rivela pesante per uno stomaco non abituato. Altri orizzonti quelli inseguiti da Vitaliano Donati, direttore dell’Orto Botanico e Professore di Botanica e Storia Naturale a Torino e di Karsten Niebuhr, grande astronomo e cartografo tedesco. Donati compie una missione in Egitto. Arriva ad Alessandria, si inoltra sino ad Assuan, mette piede nella Nubia. Gli abitanti gli appaiono «barbarissimi», abituati a nutrirsi di datteri e di acqua del Nilo. Donati inviò a Torino due statue rinvenute a Karnak, un’Osiride e un’Iside assisa con testa di leone, materiale che fu il nocciolo del costruendo Museo Egizio. Niebuhr fece parte di una spedizione complessa e sfortunata che toccò la penisola arabica, la Mesopotamia, la Persia. Di cinque scienziati, sopravvisse lui solo. Forte della sua esperienza, lasciò delle «istruzioni per viaggiare nei paesi arabi», con osservazioni sul cibo, sul vestiario, sul clima, sulla lingua. Lui aveva capito di non dover respingere aprioristicamente come cattivo ciò che era straniero e lontano, e si era acclimatato al punto di prendere viaggiando il nome di Abdallah, «servitore di Dio». Altro grande tedesco a viaggiare per finalità scientifiche è Alexander von Humboldt, che percorre le regioni equinoziali dell’America, Venezuela, Cuba, Perù, Messico, Panama, riportando in Europa il bottino di ben 60mila esemplari botanici e zoologici, di cui 6mila risultarono sconosciuti. Se tutti conoscono la figura del navigatore e scopritore inglese James Cook, grande marinaio i cui resoconti sull’Isola di Pasqua e sulle regioni antartiche hanno la secchezza operativa dei diari di bordo, pochi sanno che due italiani diedero un contributo importante al viaggio scientifico, Alessandro Malaspina, della Lunigiana, e l’emiliano Lazzaro Spallanzani. Il primo guidò una spedizione per conto del governo spagnolo, che toccherà Montevideo, Patagonia, Malvine, Cile, Perù, Filippine, Nova Zelanda e Australia, e il secondo, illustre ricercatore nel campo della medicina e dei microrganismi, lasciò pagine esemplari su un viaggio a Costantinopoli, ammettendo che vedere dal mare comparire «le mura, le torri, le moschee, i palagi, le case, il Serraglio», è spettacolo unico, insuperabile, per descrivere il quale invoca la penna di letterati e poeti a lui contemporanei, senza averne bisogno tanto è chiaro ed efficace. E poi nei Viaggi alle Due Sicilie descrisse con dovizia di particolari le sue escursioni sul Vesuvio e sull’Etna, un vero e proprio trattato di vulcanologia in cui spicca l’ascensione dell’Etna, dalla base alla zona «selvosa» alla Grotta della Capra sino al cratere. Lì lo scienziato vince l’orrore di tanti racconti mitologici, e prende dimestichezza con quella bocca di fuoco, sino a compiere, quintessenza del nuovo spirito scientifico, un esperimento: lascia cadere un sasso in profondità, e registra il rumore che provoca, simile a quello che fa un corpo «urtando su di una pasta solidetta e tenace».
In questo progressivo impossessarsi degli spazi del mondo, non poteva mancare un viaggio nell’atmosfera terrestre, che è quello compiuto sino a una altezza di 3400 metri da Jean-Baptiste Biot e Joseph-Louis Gay-Lussac il 6 fruttidoro (24 agosto) del 1804. Il nuovo secolo è appena cominciato. Anche i due scienziati in mongolfiera, i due pionieri del volo, hanno le prime parole per la bellezza dello spettacolo circostante, e descrivono le nuvole viste dall’alto per la prima volta nella storia dell’uomo, come «una pianura coperta di neve». Poi cominciano le rilevazioni dei dati, il conteggio delle rispettive pulsazioni cardiache, la verifica se insorgono problemi respiratori. Infine gli esperimenti. Gli scienziati hanno portato con loro animali e li lasciano liberi, un’ape, un verdone, un piccione, che, con differenti voli, puntano subito e direttamente verso terra. Soltanto l’uomo ha questa ansia di scoprire e di andare oltre il proprio pianeta e se stesso. Senza saperlo, Biot e Gay-Lussac gettavano le basi per i viaggi scientifici del Novecento, quelli verso la Luna, Marte, lo spazio infinito.