I maghi del pallone? Sono dei veri stregoni

Si chiamano «Tchangeur» o «Nganga», chiedono di essere pagati prima della prestazione. Al Senegal costarono 52.600 euro

Bakolo Paul Ngoi

«Le tchangeur là, il est fort», questo è quello che si sente dire nelle gradinate e nelle tribune negli stadi in Africa. In molti Paesi e nella mentalità africana, non ci sono dubbi, più dei giocatori è il Tchangeur o nganga, noto anche come «preparatore psicologico», il vero artefice delle vittorie, a volte anche responsabile delle sconfitte e della fine della carriera di un giocatore.
Esistono aneddoti sui poteri di questi marabout e se ne sentono di tutti i colori. «Quando la palla si trasforma in una testa di leone, sono dolori per i portieri oppure quando un giocatore si perde nella nebbia e non vede la porta; tanti sono i racconti ma dove sta il limite tra la fantasia e la realtà? Difficile dirlo in quanto nessun giocatore potrebbe mai ammettere di far ricorso a questi gris-gris».
Il tchangeur lavora nell'ombra, di certo non alla luce del sole, i suoi riti potrebbero spaventare il pubblico. Spesso questo lavora su richiesta di un dirigente o di un giocatore. Ai giocatori distribuisce qualcosa da masticare, è il contatto con gli spiriti, al portiere quasi sempre qualcosa da mettere nei calzettoni. Qualcuno parla anche di un olio da cospargersi sul corpo. Che c'è di vero in tutto questo? Una cosa è certa: se il calcio fa parte della società, quindi è un fenomeno sociale, e se ammettiamo che la società africana vive al ritmo della magia nel suo quotidiano e che i suoi riti magici hanno segnato i suoi miti e le sue tradizioni, non è difficile ammettere che il calcio possa essere soggetto a questi riti magici. La domanda forse più interessante è quella di sapere fino a che punto questi riti fanno ottenere dei risultati o migliorino le prestazioni.
Un fatto è certo, i giocatori pur non affidandosi a queste pratiche non si rifiutano di accettare l'aiuto del tchangeur e spesso, invece della semplice preghiera preferiscono utilizzare gli amuleti. Qualcuno arriva a credere alla forza della magia tanto da rifiutare durante una partita di salutare l'avversario oppure di passare la notte con la propria donna. Si dice che sono due divieti che possono far mancare l'effetto benefico del nkisi, il feticcio appunto.
Il tchangeur da buon consulente si fa sempre pagare prima dell'incontro. In alcuni casi, è intervenuto anche il governo ufficialmente per sostenere questi «préparateur psychologique». Si potrebbe citare il caso del milione di franchi Cfa, all'incirca 1500 euro, sborsati dalla federazione del Gabon, secondo un dirigente della stessa. In ogni caso, siamo lontani dai 34,5 millions - 52.600 euro - spesi dal Sénégal durante la Can (Coppa d'Africa) e i Mondiali del 2002.
Chiamato djou-djou, gris-gris, xons, il tchang non conosce confine ed è una prassi coltivata in molti Paesi africani. L'africano ci crede, è nel suo Dna e si potrebbe quindi pensare che ogni squadra abbia il proprio.
Perché la magia nera non fa vincere una coppa del mondo? In verità non esiste magia che riesca a far fare un salto di qualità a chi di qualità non ne ha. È tutto qui il segreto del gioco del pallone: una testa, due piedi buoni, un senso tattico e mezzi atletici. Le speranze del calcio africano a Germania 2006 sono affidate a Drogba, Akwa, Amoah, Cougbadja, Dos Santos, e questi non sono nomi di gris-gris, ma sono magici per quello che riescono a fare sul campo da calcio.