I MANCIÙ Gli ultimi imperatori

Una grande rassegna a Londra illustra l’arte stanca e squisita della decadenza cinese, incalzata dal mondo occidentale

L’arte, dopo la spada, fu il principale strumento dell’ultima dinastia imperiale cinese - i Ch’ing, venuti dalla Manciuria - per legittimare il nuovo impero che si estendeva dalle steppe della Mongolia ai vasti deserti del Sud, dalle montagne dell’Asia centrale alle prospere città mercantili della costa orientale. Sconfitta nella metà del ’600 la potente dinastia Ming che imperava sulla Cina da tre secoli, la conquista dei Manciù non distrusse ma assorbì le culture che assoggettava: dalla metà del secolo XVII alla fine del XVIII nell’alto periodo Ch’ing, i tre imperatori più potenti accumularono collezioni d’arte fra le più vaste e raffinate, testimonianza di una gloria imperiale che doveva decadere nel XIX secolo sotto la minaccia della Russia e del Giappone, per poi spegnersi nel 1912, sotto l’incalzare dell’Occidente e dei disordini interni.
Per la prima volta una mostra esaustiva è dedicata interamente alle collezioni d’arte dei tre grandi imperatori Ch’ing (oggi viene scritto Qing): Kangxi (1662-1722), Yongzheng (1723-1735) e Qianlong (1736-1795). In corso alla Royal Academy di Londra, «China: the three emperors 1662-1795» (fino al 17 aprile) è stata realizzata grazie alla preziosa collaborazione del Museo del Palazzo imperiale di Pechino che ha prestato il 90 per cento delle 400 opere esposte, in massima parte sconosciute in Occidente. Curata da esperti eminenti fra i quali Jessica Rawson, del dipartimento orientale del British museum, la rassegna illustra ogni aspetto e attività di corte, con opere su seta e su carta, ritratti imponenti, giade, lacche intarsiate, strumenti scientifici, armi e armature da cerimonia, oggetti di rito che riflettevano l’apertura dei Qing a tutte le religioni del nuovo stato multietnico e multiculturale, dallo shamanesimo, primo credo dei Manciù, al buddismo assorbito dal Tibet.
Rassegna di una grandiosa potenza, il cui illuminismo letterario sedusse anche Voltaire, fra questi oggetti d’arte tuttavia si respira l’aria di una tradizione esaurita, un trionfo di eccessi a mascherare la decadenza. In questa tarda fioritura dell’arte cinese un posto particolare occupa la pittura, poco nota al grande pubblico nei suoi molteplici significati, la cui straordinaria evoluzione si deve ai gesuiti, ammirati e impiegati alle corti dei Qing per il loro apporto scientifico. I francesi Joachim Bouvet e Jean-François Gerbillon introdussero a corte la geometria, l’italiano Giovanni Gherardini di Modena insegnò la prospettiva, durante il regno di Yongzheng nel 1735 fu pubblicata una versione in cinese della Perspectiva pictorum et architectorum di Andrea Pozzo, Jean Denis Attiret esaltò il ritratto come celebrazione delle infinite personae dell’imperatore.
Un artista in particolare si distinse come pittore di corte dal 1715, il gesuita milanese Giuseppe Castiglione (1688-1766) che in Cina assunse il nome di Lang Shining e che nella Città proibita fondò un’Accademia. La sua pittura su seta nei grandi rotoli verticali e orizzontali trasforma la convenzione narrativa, isometrica e senza ombre in una sintesi della formalità cinese con la prospettiva e il chiaroscuro occidentali. Battute di caccia, il solitario falco bianco simbolo dell’imperatore, i ritratti di Qianlong dalla fanciullezza alla maturità, scene di vita di corte, processioni e battaglie: Castiglione fu l’interprete e il cronista degli aspetti più alti e raffinati della Cina Qing. Fu anche il primo a introdurre in Cina la pittura a olio, esemplificata nel realismo del ritratto di una delle consorti manciù che in un certo senso introduce alla sala degli undici enigmatici ritratti femminili provenienti dagli appartamenti privati dell’imperatore Yongzheng.
Lontano dalla corte, tuttavia, un’arte più libera e più intima esprime il dissenso. L’élite erudita vive in disparte una quieta esistenza agraria coltivando lettere e arti in protesta contro l’invasore manciù, elaborando una pittura criptica e calligrafica più simile alla poesia nel raffinato simbolismo volto ai valori del passato. La penultima sala è dedicata all’opera in bianco e nero del «gentiluomo letterato», figura di pittore-poeta dilettante e indipendente già attivo in epoca Ming, ricca di analogie storiche e metafore: il paesaggio come espressione dell’anima, montagne e fiumi gli elementi duraturi della vita, sinonimo di contemplazione e aspirazione all’armonia, all’equilibrio senza eccessi.

LA MOSTRA
China: the three emperors, 1662-1795

Royal Academy of arts di Londra.

Fino al 17 aprile.