I mille volti dell’emigrante

Da almeno dieci anni si pensava di realizzare un museo dedicato all’emigrazione italiana, ma il progetto, poi, per un motivo o per l’altro, non vedeva mai la luce. Forse perché ad alcuni il tema sembrava un po’ «polveroso», ma chi nutriva questi dubbi ora dovrà fare i conti con una realtà appassionante e coinvolgente, quella del Mei, il Museo nazionale dell’emigrazione italiana, ospitato nei locali della Gipsoteca del Vittoriano. E se è vero che ad aprire il percorso ci sono le immancabili valigie, più o meno di cartone, simbolo onnipresente nei racconti d'emigrante, tutto ciò che viene dopo ha il sapore di un viaggio nel tempo e attraverso un’avventura raccontata nel modo più accattivante possibile. Alle lettere e alle cartoline scritte dagli emigranti alle famiglie ormai lontane, si alternano le postazioni multimediali; alle teche che espongono carte d’imbarco, registri e biglietti, seguono video e proiezioni; ai pannelli esplicativi fa da contraltare il documentario, della durata di un’ora, rilettura cinematografica dell’emigrazione italiana. Non mancano le curiosità che fanno anche sorridere, sì, ma a denti stretti: dai test di intelligenza cui venivano sottoposti gli italiani appena sbarcati al certificato di buona condotta di un emigrato calabrese in Argentina.
Seicento le testimonianze attualmente esposte nel museo che, ogni sei mesi, rinnoverà l’allestimento, un po’ per accontentare i 45 prestatori (dall’archivio alla bioblioteca nazionale, passando per Teche Rai, Istituto Luce e realtà locali) un po’ per raccogliere la sfida di raccontare, nel modo più esaustivo possibile, l’avventura di oltre 29milioni di italiani che hanno lasciato il Paese dal 1861 al 2005. Sebbene si chiami «museo», in realtà si tratta di un’esposizione temporanea, anche se per «temporanea» si intende un lungo periodo che va fino al 31 dicembre 2012. Dopo quella data, l’allestimento dovrebbe mettersi in viaggio per fare tappa nei Paesi che maggiormente sono stati meta dell’emigrazione italiana e, poi, una tappa in ogni regione della Penisola, andando così a integrare la presenza dei circa 45 musei locali dedicati al tema.
Ma l’obiettivo cui mira il sottosegretario agli Affari Esteri, Alfredo Mantica (il Mei nasce grazie alla collaborazione tra i ministeri degli Esteri e dei Beni Culturali) «è di trasformare il Mei in un museo stabile all’interno del Vittoriano».
Anche perché, ha aggiunto, «quello che viene qui esposto è un patrimonio immenso, ma molto deve essere ancora recuperato. Quindi, nel tempo, il Mei potrebbe trasformarsi in un centro di studi sull’emigrazione». L’appello del sottosegretario ha trovato terreno fertile: «Un museo permanente? Io mi trovo sicuramente d’accordo», ha detto Alessandro Nicosia, direttore del Museo. C’è da augurarselo, perché la storia dell’emigrazione è la nostra storia.