I nemici di Croce, infedele alla linea

Nel dopoguerra il filosofo fu isolato da Togliatti e dall'intellighenzia

Giancristiano Desiderio

P er attaccare Croce e indicarlo come un nemico da eliminare Togliatti prese le mosse dalla pubblicazione del saggio di Croce Per la storia del comunismo in quanto realtà storica che faceva parte dall'ottobre del 1943 del primo volume dei Discorsi di varia filosofia. Si tratta di poche pagine ma fondamentali perché mettevano in luce l'inferiorità del comunismo rispetto al liberalismo e lo facevano in modo stringente con argomenti immediati e con quella prosa pulita e civilissima di Croce che si fa sempre capire dal lettore. Il saggio circolò non poco in varie forme: fu prima pubblicato sulla Critica il 20 marzo 1943, quindi in volume in autunno e poi riproposto in opuscolo nell'agosto del 1944 insieme con la recensione che Croce fece del libro di Wilhelm Röpke sulla cosiddetta «terza via». Ciò che Togliatti non poteva accettare di Croce era proprio la sua filosofia della libertà e la spregiudicatezza di pensiero che criticava il marxismo sia come errata dottrina filosofica sia come aberrante realtà politica. Proprio quest'ultimo aspetto fu decisivo. Giacché Croce, che ormai aveva individuato il totalitarismo di destra e (...)

(...) di sinistra come una malattia mortale dello spirito europeo e mondiale, non si limitò più a criticare il marxismo come un'appendice sbagliata dell'hegelismo ma lo attaccò sul terreno più vivo e reale, ossia quello politico, dimostrando che là dove il comunismo si era affermato non era nato il regno della libertà e nemmeno il paradiso dell'uguaglianza, bensì una dittatura spietata e sanguinaria in cui i primi a pagarne le conseguenze erano i contadini, i proletari e i povericristi ridotti in schiavitù. Non è per nulla casuale che poi Croce scrisse L'Anticristo che è in noi e La fine della civiltà proprio in riferimento al mostro totalitario ancora vivo dopo la fine del suo fratello gemello nazionalsocialista. Croce sapeva molto bene che il mostro totalitario era più pericoloso della dittatura, del dispotismo, dell'assolutismo perché puntava non solo a imprigionare i corpi ma anche le anime umane e così mostrava tutta la sua natura disumana puntando a disfare l'umanità del pensiero e dell'istinto della verità. Se ciò fosse accaduto, come era accaduto in altri Paesi europei assoggettati al regime sovietico, l'umanità non sarebbe neanche precipitata nella vita animale ma si sarebbe annullata nella menzogna e nella morte come se fossero state la verità e la vita. Era propriamente questo l'Anticristo che annunciava la fine della civiltà. Croce lo denunciava con tutta la sua forza, e il suo pensiero libero era un intralcio all'affermazione del pensiero unico che il capo dei comunisti italiani voleva affermare.

La delegittimazione non funzionò ma la manipolazione di Togliatti - il quale, com'è noto, non ebbe problemi neanche a manipolare l'opera di Gramsci pur di raggiungere quella che, del resto, era anche l'ambizione di Gramsci: l'egemonia delle menti - continuò su altre strade: marginalizzò Croce servendosi del controllo della cultura istituzionalizzata. E nel dopoguerra e nell'Italia repubblicana la cultura sarà sempre e soltanto istituzionalizzata e ideologizzata, passerà cioè attraverso i partiti, l'università, la scuola, gli enti, mentre la filosofia di Croce, come si è ampiamente visto, non solo era - è - extra-accademica ma è una cosciente difesa dell'autonomia di pensiero da ogni tipo di istituzione o di sapere organizzato. La filosofia di Gentile si era affermata attraverso una «scuola gentiliana» e, quindi, tramite la conquista dell'università che con un occhio guardava a Gentile e con l'altro guardava il potere politico per potersi regolare. Per conquistare la filosofia dell'attualismo, una volta tolto di mezzo Gentile, bastava mettere le mani sull'università che da par suo altro non attendeva che sintonizzarsi sul potere politico (non tutti, per fortuna, lo fecero e chi non lo fece ebbe vita grama, minor fortuna accademica e non venne indicato come un maestro di vita e pensiero proprio perché seppe conservare dignità di vita e di pensiero). La conquista della filosofia di Croce, invece, non poteva essere fatta attraverso la presa di possesso dell'istituto universitario perché nasceva altrove. Nasceva dalla libertà, dall'indipendenza rispetto al potere, dall'assenza di servilismo mettendo in gioco la vita e i suoi doveri e rischi. Ma è proprio questa cultura della libertà, con la storia d'Italia che vi è connessa e che Croce tuttora rappresenta, a essere estromessa nel dopoguerra con l'affermazione di una cultura organica, corporativa, sindacalizzata che è la fonte dell'individualismo statalista nel quale l'Italia tutt'ora si dimena con la falsa e conveniente credenza nell'esistenza di un'istituzione salvifica che è quell'impostura che la filosofia di Croce smonta alla radice distinguendo verità e potere. La figura stessa dell'uomo di cultura diventava organica con la formula, ormai classica, dell'intellettuale organico. La cultura - gli uomini di cultura - nella storia dell'Italia repubblicana si è lasciata prendere e catturare dal conformismo e dall'incultura totalitaria. Gli intellettuali hanno tradito una seconda volta e il tradimento dei chierici è più grave e più dannoso del tradimento dei politici perché riguarda l'intelligenza, la verità o, ancor meglio, la sua ricerca e il suo rispetto. Tutto questo - e tutto questo ha a che fare con le coscienze e la felicità e la verità e il dolore - l'intellettuale organico lo ha semplicemente e volutamente ignorato. Croce, invece, fu sempre disorganico, pur essendo un filosofo sistematico e fu disorganico - ossia non organico al potere - proprio perché il suo pensiero fu sistematico ossia seriamente pensato, nascente dalla vita e non dalla cattedra o dal partito. Come non andò al potere con il fascismo, così non portò la filosofia al potere con la repubblica e l'affermazione del Pci. Il suo esempio civile di indipendenza dal potere è per gli italiani un patrimonio spirituale al quale attingere per conoscere la storia della loro stessa anima.

Giancristiano Desiderio