I noglobal, l’Africa e la retorica delle cipolle

Ho letto del mezzo fallimento del Social Forum nel Mali. La ragione qual è? Troppo caldo o in Africa lo spirito noglobal non «tira»?

Antonio Rizzi - Roma

Non «tirano» le chiacchiere, caro Rizzi, ovvero la materia prima (e unica) del movimento noglobal. Bravissimi a metter su dibattiti e seminari - che però si chiamano, noglobalisticamente, work shop - quando si tratta di passare alle cose concrete quei bravi giovani marcano visita. A Bamako si è discusso in lungo e in largo di giovani, donne, democrazia, «partecipazione dal basso», guerra e pace. Anche di protezione delle biodiversità, esigenza che nel Mali, dove è la fame a farla da padrona, dovrebbe essere molto sentita. Con la puzzetta sotto al naso che inalbera la sinistra gastronomica, una delegazione dello Slow Food ha sollecitato infatti il governo locale a salvaguardare la coltivazione di una particolare varietà di cipolle, invito che fa il paio con quello di Maria Antonietta: niente pane? Mangiate brioche e non state tanto a rompere. La smisurata quantità di retorica, di trombonismo, di querulo buonismo che quotidianamente la sinistra «impegnata nel sociale» riversa sul Continente nero è impressionante. Raffiche di maiuscole, di belle parole, di nobili intenti, di santa indignazione con le quali essa cerca di imbellettare un dato di fatto. E cioè che per molte Ong, molte Org e molte Onlus l’Africa è Continente da colonizzare. Una colonizzazione diversa, ben inteso, amabile, equa e solidale, democratica. Ma sempre colonizzazione resta, come resta guerra quella che giocando col vocabolario e pensando che un aggettivo muti la realtà delle cose, viene ipocritamente dagli stessi soggetti definita «umanitaria». Con eserciti armati fino ai denti che vanno in «missione di pace».
«Dare un futuro ai piccoli di Bangui», leggevo sulla Repubblica. Ma guarda tu, mi dissi, che bravi quelli di «Le Manine», la Onlus che se ne è assunta il compito. Già perché per dare un futuro ai bambini di Bangui - così come ai bambini di Scarpia, santuario della camorra in quel di Napoli, città che non essendo compresa fra i tristi Tropici, non risulta, agli apostoli della solidarietà, trendy - mica bastano le caramelle: «C’è prima di tutto bisogno di migliorare la loro condizione sociale e di favorire il rientro in famiglia. Ma servono anche un sostegno alimentare e scolastico, un avvio professionale e un appoggio psicologico (quello non manca mai, ndr) e ricreativo. Ovviamente auspico di tutto cuore che la missione delle «Manine» abbia successo (e che magari, dopo aver sistemato Bangui, «Le Manine» rivolga la sua attenzione a Scarpia). Però bisogna intenderci: tradotto in parole povere il vasto ed encomiabile programma che la Onlus si è prefisso si riduce a questo: mandare a spasso il governo del presidente François Bozizè, incapace di fornire il sostegno scolastico, l’avvio professionale, l’appoggio psicologico e il restante ai bambini della capitale e quindi, consapevoli della propria supremazia civile e culturale, prendersi cura del Centrafrica. Che è esattamente ciò che facevano, fino agli anni Sessanta del secolo scorso, le Potenze coloniali. Ovvero caricarsi sulle spalle the white man’s burden, il fardello dell’uomo bianco, come magistralmente lo definì Rudyard Kipling, il cantore di tutto ciò che Onlus e noglobal hanno - a parole - in orrore ma perseguono: il colonialismo, di ritorno.
Paolo Granzotto