I nostri «nonni» giovani e fantasiosi

La nuova iniziativa del «Giornale» è dedicata alle due grandi civiltà che sono alla base del mondo occidentale

Gracchia la sveglia sul comodino. Noi diciamo: «Sono le sette. È ora di andare!». Loro dicevano: «Eos, l’Aurora, che ha le dita di rosa, lascia il letto del suo sposo, Titono, e con il suo manto color zafferano tinge l’orizzonte». Al punto opposto del giorno, quando l’ora (legale) ci concede un barbaglio di tramonto, diciamo: «Sono le nove. A domani!». Loro dicevano: «Elios, il Sole, ha compiuto il suo balzo nel cielo. Adesso è là, oltre le colonne d’Ercole, nel giardino ombroso delle Espèridi, dove scintillano le mele d’oro, le stelle, e lascia pascolare i suoi puledri di fuoco. Tra poco s’imbarcherà sulla coppa magica, per navigare sotto di noi, nell’Oceano della notte, e domani all’alba ricomincerà il suo giro da oriente». Colpo di fulmine. Noi diciamo: «Mi sono innamorato/a». Loro dicevano: «Afrodite mi ha rubato i sentimenti dal petto, Eros mi sconquassa, come un vento arruffa le querce sulla montagna, mi si inerpica dentro come una vipera dolceamara». Baruffa con il capufficio. Abbiamo in mano il bicchierino con il caffè, stiamo per scaraventarglielo sulla camicia inamidata. Diciamo a noi stessi: «Fèrmati. Ragiona!». Loro la raccontavano così. Achille, testa calda, se la prende con il suo superiore, Agamennone. Ha già la mano sull’elsa della spada. Pregusta il sangue. Ma gli plana alle spalle Atena, la dea del raziocinio e del limite consapevole, gli afferra i capelli sulla nuca, lo dissuade. Lui si volta, scorge due immensi occhi azzurri che illuminano l’aria, e si dà una calmata.
Loro sono i Greci antichi. Vivevano in un paese in cui la città più a nord, Salonicco (la Tessalonica di allora), è sul parallelo di Brindisi e il sole smalta ulivi, rocce, manufatti come una densa e calda vernice. Ogni esperienza, dalla più quotidiana, come svegliarsi al mattino, alla più intensa, odio, amore, compassione, era un dramma tridimensionale, in technicolor. Professionisti del racconto, i poeti (poesia è una parola tutta loro, e significa «creazione») estraevano dai capienti cappelli a cilindro gli attrezzi - le parole, meravigliosamente giuste e fantasiose - per analizzare quegli attimi, rimodellarli ad arte, strappandone la grigia patina della banalità, ammantandoli di un senso, di un valore aggiunto che li trasformava in indimenticabili schegge di diamante, di fattura divina.
Chi poteva distinguere finzione e realtà? Una ricchezza regale, unica, pubblica, democratica, che un tempo circolava come moneta sonante tra persona e persona nelle piazze, nelle campagne, all’ombra dei porticati, nelle feste dove ci si raccoglieva davanti a un cratere di vino, a un cesto di fichi, a una ciotola di miele, somministrando a se stessi e ai compagni, di volta in volta, l’armoniosa terapia, la cura, a quel trauma incessante che si chiamava tò zên, «la vita». Con un’attenzione ai dettagli che ci ammalia. Sull’orlo interno della larga coppa per bere, perfetta per il palmo della mano, artigiani ceramisti avevano dipinto navi e delfini. A bicchiere colmo, le minuscole sagome si riflettevano sulla scura superficie del vino. Bastava far tremolare col polso quel piccolo mare privato, ed eccolo animarsi di guizzi e di remi in movimento. Sul bordo esterno, invece, campeggiavano due grandi occhi stilizzati. Portando alle labbra il sorso, ci si specchiava fatalmente in quello sguardo, monito non tanto scherzoso a «conosci te stesso», con la preziosa postilla che nel vino, dono di un dio, Dioniso, non c’è solo l’oblio, ma anche la verità, lingua che si snoda, animo che si spalanca, ragione che si abbandona.
Ma - e questo è un altro, squisito e minuto prodigio di civiltà e cultura - non brutalmente, da ignoranti: con gradualità razionata, perché si beveva tagliato, a comando del thaliarca, il capoccia della festa, che prescriveva le proporzioni di acqua e di vino. All’ubriachezza si giungeva (si chiamava nausea, perché era come ondeggiare su un mare gonfio), ma a tappe, con tutto il tempo per infervorarsi in canzoni, poesie, discussioni d’amore, di guerra, di partito, di sapienza. Oggi il tesoro immane è incastonato nei libri. Tra i tanti, uno mi pare il primo, autentico manuale di coscienza europea. È a firma di Platone, e si intitola Critone. Se ne avessi il potere, lo imporrei come libro di testo, dal momento che - stando alle notizie - l’Educazione Civica europea diventa obbligo nelle nostre aule di scuola.
Poche pagine, semplici, lapidarie come tavole mosaiche. Socrate, uno che ha rotto le scatole con la sua ossessione di smascherare presunti sapientoni e cattivi maestri nell’adorata Atene, è nel braccio della morte, sotto accuse fasulle. Un amico, Critone, una persona di mondo, pragmatica, che sa come girano le cose, si offre di oliare i carcerieri, e di far evadere il condannato. Il quieto rifiuto di Socrate è una pietra angolare nella costruzione dell’identità europea. Non tanto in sé, quanto per il contesto argomentativo e morale. Socrate è conscio di essere vittima di un’ingiustizia. Ma non vi contrapporrà un’altra ingiustizia sua, l’evasione, la soluzione individuale e violenta, il vile strappo al codice che impone fedeltà alle Leggi dello stato. La coerenza razionale con i propri convincimenti deve sempre orientare l’uomo: l’oltraggio a questo valore è il caos, il nichilismo, l’intolleranza, più tenebrosi della morte stessa. Socrate ha da sempre proclamato - e lucidamente dimostrato con la dialettica - che l’ingiustizia è il cancro più velenoso, con matematica assolutezza, non con la mobilità infida di un parametro che può mutare casacca o annullarsi a capriccio. È una verità placida e persuasiva. Critone non può che chinare il capo. Socrate vince. Ma non con la spada, con l’integralismo, o con il magistero marmoreo di un libro sacro. La persuasione è la sua arma: dolce, umanistica, inflessibile come un teorema scaturito da un dialogo condiviso. La parola ragionevole, il logos, a cardine della dignità umana.
Se passiamo alla Saturnia Tellus, l’Italia, la terra che Saturno, il dio delle sementi, aveva scelto a rifugio, troviamo la gente di Roma, caput mundi. Iscritto negli ordinamenti, nei codici, nei mores, le «tradizioni», nelle strade lastricate, dritte a fil di squadra e di groma, nei castra, gli «accampamenti», evolutisi in centri civici di geometrica funzionalità, nel reticolo di porti, di vie commerciali e coloniali, leggiamo il secondo, immenso, capitolo europeo. Per districarsi, ecco la mappa gigantesca: la Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, per raccontare criticamente il miracolo di quegli antenati, ma anche per farceli conoscere - è l’angolatura innovativa - anche «senza miracolo», nella semplicità fantastica di uomini veri. Riproveremo la gioia di Hegel, aprire una pagina classica e sentirci in patria, a casa.