«I nostri ragazzi a digiuno di stile»

Intervista ad Alberto Arbasino. Che punge i giovani incuranti del proprio aspetto, rimpiange le star di una volta e snobba gli intellettuali

da Mantova
«Ho voglia di dormire!» annuncia il Maestro, facendo un po’ i capricci, ma del resto stanno cercando bruscamente di tirarlo in ballo per qualche ripresa televisiva in luoghi lontani dall’albergo, a margine del Festivaletteratura di Mantova, e lui non ne ha voglia. «È una rottura di coglioni» spiega. Di sicuro è un comunicatore diretto ed efficace.
Maestro, sono divertenti i festival letterari?
«Sono divertenti finché si fanno incontri piacevoli, come in qualunque circostanza della vita».
Il pubblico che viene a sentire gli autori è un pubblico di lettori o è un pubblico generico?
«Questa è la domanda vera. Qui ho l’impressione che ci sia un pubblico di lettori che si divertono e si interessano: dalle domande che fanno dimostrano che hanno letto i libri. E poi i libri li comprano. In altre circostanze ho visto teatri strapieni di gente felice di essere all’evento e che si divertiva come a uno spettacolo, ma che poi all’uscita non comprava neanche una copia».
Sarebbe meglio stare a Venezia?
«Perché mai?».
Come Festival. Più di moda, più scintillante.
«Se fossi andato sempre dietro alle mode... Ci sono stato per l’inaugurazione. E quando hanno recuperato l’unico film a cui ho collaborato, La bella di Lodi, diretto da Missiroli, con la Sandrelli. Lì ci siamo divertiti, però anche con un certo senso di sproporzione tra padiglioni, gazebi, sale, sponsor, folle di sorveglianti, collaboratori, poliziotti con i cani che fiutano, addetti in genere, cinefili e poi film che non sono granché. Se nelle cronache si paragonano gli aggettivi più che superlativi per qualunque vestito e i dubbi anche giusti per la qualità dei film, allora non viene una gran voglia di andare a Venezia. Io ci sono andato con gran piacere negli anni famosi, migliori. Ricordo, mi sembra nel ’67. C’erano Belle de jour di Buñuel, Edipo re di Pasolini e Lo straniero di Visconti: nella giuria c’erano Carlos Fuentes, Moravia e Susan Sontag, con Inge Feltrinelli che ci fotografava mentre facevamo colazione sulla spiaggia del Lido. E alla sera c’erano dei balli dove arrivavano, eleganti come regine, sulle gondole, Grace Kelly e Liz Taylor».
Perché i paragoni sono sempre a favore del passato?
«Una vecchia amica ha detto: abbiamo avuto un gran culo a vivere quegli anni là. Più che vivere nostalgie, si fanno paragoni, come tra le foto tra Capri com’era allora e di adesso».
Succederà anche a Roma con la collina del Pincio?
«Tanto varrebbe fare un tunnel sotto il Tevere dove di roba archeologica non ce ne dovrebbe essere. Lo hanno fatto sotto la Manica, si può fare anche un parcheggio sotto il Tevere. Ma io tutta Roma l’ho vissuta negli anni Cinquanta e Sessanta, prima delle distruzioni».
Torniamo a Mantova. Lei era amico del conte Nuvoletti, originario di questa città. Come lo ricorda?
«Simpaticissimo. L’ho frequentato per decenni, era molto presente qui e là, e molto piacevole, di un temperamento talmente affabile e cordiale... L’ultima volta che ci siamo visti è stato qui».
Il suo prossimo libro s’intitola La vita bassa...
«È quello che vediamo per le strade. Molti giovani, ragazzi e ragazze, a cui non importa se con la vita bassa escono dei salsicciotti di ciccia o sull’addome o sulle chiappe. Sembra che non si curino molto del loro look. Una volta l’aspetto aveva una certa importanza. Le mode e le tendenze si basano su quelle cose lì. Mi sembra una metafora, ovviamente un po’ facilona, ma efficace per un certo mood che circola».
Eppure non ci mancano gli strumenti per riconoscere il bello dal brutto.
«Infatti non me lo spiego. Tutta la pubblicità della moda e dei profumi è basata sull’aspetto. Si vede che a un certo punto, soprattutto ai giovani, non gliene importa niente. Anche la cosiddetta “moda di strada” offre una pessima impressione. Eppure la nozione del bello è sempre stata universale... ».
Il Bello dev’essere calato dall’alto, in modo istituzionale, o bisogna confidare che prenda piede da sé?
«Di fronte ai quadri, alle statue e ai corpi, per millenni la nozione del bello era la stessa per tutti. Oggi si dice “interessante” o “ha venduto per trenta miliardi a un russo, a un cinese, a uno sceicco”. Mi sembra difficile vedere applicati gli stessi concetti che si sono sempre adottati sia nella realtà fisica, sia nella pittura e nella scultura».
Il suo lavoro continuo sulla lingua, l’abitudine di riscrivere molte volte le sue opere, è un’ossessione personale?
«No. La ricerca dello stile non finisce mai. Dipende anche da circostanze concrete. Spesso i miei libri si ristampano. Ogni volta che rivedo bozze ricavate da un’edizione precedente, trovo che moltissime cose si possano migliorare, una frase si può esprimere meglio, un’altra è diventata un luogo comune, viene in mente un sinonimo più efficace... ».
Ma così non si finisce mai!
«No, non si finisce mai».
Lei oggi riceve un premio intitolato a Cesare Pavese, e ieri ha vinto il Pen Club. Che cosa pensa dei premi letterari?
«Sono contento di riceverli perché quando ero giovane era di moda rifiutarli. Li rifiutavano Calvino, Pasolini e altri. Era una tendenza. Poi a un certo punto mi sono detto: “Perché no?”. Soprattutto perché questo premio mi viene dato per il libro In questo stato, che era un instant book, scritto dopo il delitto Moro. Ma questo libro non l’ho riscritto. Il senno del poi l’ho messo tutto nella postfazione. Sono contento che esca tale e quale in mezzo a molti altri che sono usciti dopo».
Lei ha sempre fatto satira. Perché il pubblico dovrebbe prendere sul serio gli intellettuali italiani quando spiegano, predicano, impongono?
«Non vedo perché prenderli sul serio. Ho sempre avuto molti dubbi sulla qualifica stessa di intellettuale. Se uno è un docente, lo è di qualcosa, non vedo perché dovrebbe spiegarcene infinite altre, per esempio messo a capo di una linea d’autobus, una tranvia, un piccolo ospedale, una clinica, un pronto soccorso, una centrale del latte. Al massimo potrebbe esprimere idee molto nobili, teoriche e generiche. Un conto è avere una competenza specifica, ma l’intellettuale generico è inutile».
Lei dunque non si definisce un intellettuale?
«No, sono uno scrittore».
Se lei, Pasolini e Testori, eravate considerati gli eredi di Gadda, chi sono i vostri eredi?
«Non ne vedo».
Ci sarà pure qualcuno!
«Siamo qui che aspettiamo. Speriamo. Non credo molto nei gruppi, nelle etichette».
Ma come, lei che è stato nel Gruppo 63!
«È stato un momento molto speciale. Da secoli in Italia non succedeva niente di simile al boom economico. Si trattava di approfittare, di far ciascuno il proprio lavoro senza pensare al pane per i figli. Potevamo sperimentare anche senza essere il conte Manzoni o il conte Leopardi, che almeno avevano dei libri in casa».