I paesaggi «post-moderni» di Pedretti

Silvia Castello

L’altro naturalismo di Antonio Pedretti. Venti dipinti di grandi dimensioni selezionati fra quelli realizzati dall’artista tra il 2000 e il 2005 illustrano il percorso narrativo della mostra Naturalismo esistenziale a cura di Giovanni Faccenda e Vittorio Sgarbi che sarà presentata al Refettorio Quattrocentesco di Palazzo Venezia fino al 31 agosto. Questi recenti anni di attività rappresentano infatti una stagione che segna il successo critico internazionale realizzato con il ciclo espositivo Azzurro Amazzonia ed esposto in diverse sedi, tra cui i musei di Belle Arti di Rio de Janeiro, Brasilia e Buenos Aires. Frutto di una intensa collaborazione con Arthur Omar, poeta, fotografo e cineasta consacrato come una delle pietre miliari del cinema brasiliano al Moma di New York con il corto-sperimentale Triste Tròpico.
Muovendo da esperienze artistiche diverse i due autori si sono ritrovati uniti dal desiderio di affrontare insieme un avventuroso viaggio nella foresta amazzonica nel corso del 2000. Attraverso un rapporto privilegiato con il mondo naturale e la dimensione quasi surreale delle sue atmosfere è così emerso un dialogo di grande capacità creativa. L’arte di Antonio Pedretti (Varese, 1950) rimette in gioco la pittura «di natura» reinterpretandola alla luce del «concetto di postmoderno». Le sue investigazioni formali prediligono l’acqua, immobile: canneti e paludi lacustri. «Dove questa si fa calma - dichiara l’artista - lì è il luogo fisico e mentale che rivela segreti sulla mia vita e forse è anche un regno del silenzio dove senza essere disturbato posso compiere i miei viaggi interiori».
Ricostruendo le matrici culturali e storiche della sua pittura, individuabili nella tradizione del naturalismo lombardo - da Gola a Morlotti - e suggestioni diverse provenienti dal paesaggismo europeo, Vittorio Sgarbi sottolinea in catalogo che «Pedretti ottiene un discorso lirico di estrema densità ispirativa, ricco di intense motivazioni individuali, nel quale il tema prediletto dell’habitat di palude costituisce anche metaforicamente l’approdo a un mutamento di coscienza collettiva che non può più concepire la natura come ai tempi di Segantini e di Del Bon».
Sorprende l’ampiezza della gestualità dei suoi lavori dove la materia è colpita, graffiata e ferita al punto, che sembra restituire sulle tele il vorticoso cammino, a colpi di machete, nella foresta brasiliana.