I peccati «capitali» del capitalismo italiano

Invece di replicare con stizza all’ambasciatore americano Spogli, che ha criticato l’Italia per gli ostacoli che frappone agli investimenti stranieri, il governo italiano avrebbe fatto meglio a meditare sulle cifre che ha fornito: il nostro Paese è il fanalino di coda di tutte le classifiche europee in materia, con distacchi abissali non solo dalla Germania, ma anche da una Francia considerata da sempre «sciovinista» e da una Spagna che da tre anni si è data un governo socialista doc. Qualsiasi confronto con i piccoli Paesi della Ue che, grazie ai capitali esteri, hanno conosciuto incrementi di Pil quasi asiatici (Irlanda, Estonia, Slovacchia ed altri) dovrebbe bastare a fare arrossire tutti i 103 ministri e sottosegretari di Prodi. Dati che hanno una ricaduta negativa su tutte le altre classifiche economiche - produttività, libertà d’impresa, competitività - che da anni ci vedono slittare verso il fondo.
Le ragioni per cui gli stranieri sono riluttanti a investire in Italia non si limitano allo scandaloso protezionismo di questo governo, pronto a inventarsi nuovi «interessi nazionali» quando gli fa comodo e a cambiare le regole in corsa, creando quello stato di incertezza giuridica e legislativa caratteristico dei Paesi ex comunisti. Il male è molto più antico. Da molte conversazioni che ho avuto in materia con imprenditori stranieri di varie nazionalità (giapponesi compresi, ancora scottati da quando cercarono di impiantare un’industria automobilistica in Campania), mi risulta che i deterrenti principali sono almeno cinque: le continue, pretestuose e spesso ricattatorie interferenze della politica (esempio classico il blocco del rigassificatore che la British Gas vuole, da almeno cinque anni, costruire a Brindisi); un sindacato che più che a tutelare i lavoratori pensa a imporre le sue regole all’impresa; una burocrazia neghittosa e lenta che ritarda l’avvio di tutti i progetti e trasforma la loro approvazione in una via crucis; una giustizia civile così lenta che ricorrervi è una forma di suicidio; la presenza in molte regioni di una criminalità molto forte da cui non esiste tutela. Ma si potrebbe continuare, da uno Statuto dei lavoratori penalizzante per le grandi imprese, al potere di veto di troppi enti non sempre ispirati da nobili intenzioni a una carenza di infrastrutture che si fa sentire anche in regioni avanzate come Lombardia o Veneto.
«Con la globalizzazione, l’apertura della Ue verso Est e l’emergere dell’Asia come nuovo polo economico, un investitore ha una scelta illimitata su dove collocare le proprie attività» mi ha detto di recente un imprenditore tedesco che si è affacciato a sud delle Alpi e se ne è subito andato. «Prima di decidere, noi valutiamo vantaggi e svantaggi e facciamo un bilancio. Ebbene, nel vostro caso, i secondi sono talmente più numerosi dei primi, e la casistica negativa è ormai talmente abbondante, che alla fine scelgono l’Italia solo coloro che, per gli obbiettivi che si propongono, non hanno alternative».
Il guaio è che gli imprenditori stranieri si aspettano, almeno fino a quando durerà questo governo soggetto ai ricatti della sinistra massimalista, un ulteriore peggioramento della situazione. Il caso della At&t influenzerà le decisioni di molti amministratori non solo negli Stati Uniti; e la crisi demografica, con la graduale sostituzione di lavoratori italiani con immigrati di varia provenienza, rappresenta un altro handicap. Nessuno, inoltre, contempla la possibilità che si ponga rimedio ai «cinque peccati capitali». Un grave handicap anche per le nostre imprese, che infatti quando possono «delocalizzano». Ma, mentre molte di loro non hanno scelta, per gli stranieri questa c’è sempre: e le conseguenze si vedono.